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Garlasco, chiusa l’inchiesta su Sempio: «I Ris sapevano che Stasi era innocente, nascosero la prova del Dna sui pedali»

Pubblicato: 28/09/2026 17:15

Una nuova svolta riaccende i riflettori sul delitto di Garlasco e, in particolare, sul Dna trovato sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi. Secondo quanto emerso dalla nuova inchiesta della Procura di Pavia, nel 2007 sarebbero stati effettuati due ulteriori test sul campione genetico, entrambi con esito negativo, che non sarebbero mai stati inseriti negli atti dell’indagine né comunicati alla Procura dell’epoca.

La scoperta sarebbe stata possibile grazie ai cosiddetti “dati grezzi”, i file generati direttamente dalle apparecchiature utilizzate nei laboratori del Ris di Parma. La Procura di Pavia sarebbe entrata in possesso di questo materiale il 6 novembre 2025. Dall’analisi dei dati, svolta sia dai consulenti della difesa di Stasi sia dai tecnici incaricati dalla Procura, sarebbero emersi risultati coincidenti.

Al centro della vicenda c’è il campione denominato “bu_p”, ottenuto dall’unione di due prelievi effettuati sui pedali della bicicletta da uomo sequestrata ad Alberto Stasi. Il reperto era stato raccolto l’11 settembre 2007, durante le prime fasi delle indagini sulla morte di Chiara Poggi, trovata senza vita nella sua abitazione di Garlasco.

Prima del prelievo erano stati eseguiti anche un esame con luminol e un combur test, entrambi risultati negativi alla ricerca di tracce ematiche. Successivamente, sul materiale raccolto dai pedali furono eseguite analisi genetiche. Un primo esame risultò “inibito”, mentre il successivo, effettuato dopo la purificazione del campione, avrebbe restituito un valore di 2,78 nanogrammi di Dna.

Quel risultato fu considerato particolarmente significativo perché il profilo genetico ottenuto sarebbe risultato compatibile con quello di Chiara Poggi. Il dato finì così per assumere un peso importante nelle indagini e nella ricostruzione accusatoria nei confronti di Stasi, fino a diventare uno degli elementi presi in considerazione nel lungo iter giudiziario che avrebbe portato alla sua condanna definitiva a 16 anni di carcere.

Ma, secondo la nuova ricostruzione della Procura di Pavia, proprio dopo quel risultato sarebbero stati effettuati due ulteriori test di verifica. Entrambi, stando ai dati ora recuperati, avrebbero dato esito negativo. Il punto centrale dell’inchiesta è che di quelle due analisi non sarebbe rimasta traccia nei fascicoli dell’epoca e che i relativi risultati non sarebbero stati comunicati agli inquirenti che stavano conducendo le indagini.

È su questo passaggio che si concentra oggi l’attenzione degli investigatori. Nei giorni scorsi alcuni carabinieri del Ris di Parma che parteciparono alle analisi del 2007 sono stati ascoltati dalla Procura di Pavia. È stato sentito anche Luciano Garofano, all’epoca comandante del Ris di Parma. Gli accertamenti dovranno chiarire chi eseguì le contro-analisi, per quale motivo furono effettuate e perché i relativi risultati non sarebbero stati riportati negli atti.

La nuova scoperta potrebbe avere conseguenze anche sul piano giudiziario. Per la difesa di Alberto Stasi, rappresentata dagli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis, quei dati potrebbero configurare una nuova prova da utilizzare nell’ambito della richiesta di revisione del processo. Anche i consulenti della difesa stanno esaminando i risultati per stabilire quale spiegazione possa esserci dietro la discrepanza tra il dato di 2,78 nanogrammi e le successive analisi negative.

Resta inoltre da chiarire l’origine di quel valore anomalo. Tra le ipotesi prese in considerazione dagli inquirenti ci sono un possibile errore nella registrazione dei dati oppure uno scambio di provette, anche perché il profilo genetico associato al campione dei pedali sarebbe risultato estremamente simile a quello attribuito al reperto 29, il cucchiaino utilizzato da Chiara Poggi per la colazione. La Procura di Pavia sta ora ricostruendo ogni passaggio di quella complessa catena di analisi. La vicenda del Dna sui pedali, elemento a lungo discusso nel processo Stasi, torna così al centro dell’inchiesta e potrebbe assumere un nuovo significato alla luce dei dati recuperati a distanza di quasi vent’anni.

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