
Per oltre mezzo secolo ha tenuto la macchina fotografica puntata sulla società italiana, seguendo da vicino i personaggi capaci di riempire le pagine dei giornali e le cronache mondane. Ha attraversato epoche molto diverse, passando dai grandi divi del cinema alle stanze della politica, dalle notti romane alle feste dell’alta società. Il suo lavoro è diventato nel tempo una sorta di diario per immagini, fatto non soltanto di ritratti, ma soprattutto di momenti colti quando la posa ufficiale lasciava spazio alla spontaneità.
Il suo obiettivo ha accompagnato il Paese attraverso trasformazioni profonde. Cinema, politica, cultura, economia e mondanità sono finiti dentro un archivio sterminato, nel quale i protagonisti della vita pubblica vengono raccontati insieme agli ambienti che li circondano. Una tavola apparecchiata, un gesto, un’espressione o una situazione inattesa potevano diventare, per il fotografo, più significativi di un ritratto costruito.
A morire è Umberto Pizzi, uno degli ultimi protagonisti della stagione dei paparazzi della Dolce Vita e, negli anni successivi, fotografo del Cafonal. Nato a Zagarolo, in provincia di Roma, nel 1937, avrebbe compiuto 89 anni il prossimo 7 ottobre. Per oltre cinquant’anni ha raccontato l’Italia attraverso i volti dei suoi protagonisti e i luoghi della sua vita pubblica e mondana.
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Dagli scenari internazionali alla Dolce Vita
La carriera di Pizzi era cominciata lontano dalla Roma delle feste e dei grandi alberghi. Ancora giovanissimo aveva lavorato come fotoreporter per la Fao, entrando in contatto con realtà come Iran, Iraq, Turchia, Siria e Giordania.
Sarebbe stata però la Roma degli anni Sessanta a renderlo noto al grande pubblico. Pizzi comincia a frequentare i luoghi della Dolce Vita, seguendo gli attori e i registi che animavano la capitale e che in quegli anni attiravano l’attenzione internazionale.
La sua macchina fotografica incontra alcuni dei grandi protagonisti del cinema italiano e internazionale: Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Eduardo De Filippo, Roberto Rossellini, Elizabeth Taylor e Richard Burton.
È la stagione di via Veneto, delle notti romane e degli alberghi frequentati dalle star. Pizzi ne diventa uno dei testimoni fotografici, cercando spesso il momento che arriva dopo la posa ufficiale. Il gesto inatteso, l’espressione, la situazione imprevista diventano parte di un modo di fare fotografia destinato a caratterizzare tutta la sua carriera.
Negli anni Settanta e Ottanta il suo campo d’azione si amplia. Pizzi diventa sempre più un fotocronista, seguendo anche politica, cultura, imprenditoria e vita pubblica. Nel 1988 ottiene l’iscrizione come giornalista pubblicista.

Dalla politica al fenomeno Cafonal
L’archivio costruito nel corso degli anni documenta una parte molto ampia della società italiana. Accanto ai divi del cinema compaiono scrittori, intellettuali, politici, imprenditori, aristocratici e protagonisti della finanza.
Tra gli intellettuali fotografati figurano Alberto Moravia e Dacia Maraini, mentre sul fronte politico Pizzi ha seguito generazioni di protagonisti della vita pubblica, appartenenti a schieramenti diversi.
Tra gli scatti che ricordava con particolare affetto c’era quello dedicato al segretario comunista Enrico Berlinguer. Di segno completamente diverso un altro episodio che amava raccontare riguardava Silvio Berlusconi: una sua fotografia che, secondo quanto raccontava Pizzi, non era mai riuscito a vendere.
Negli anni Duemila arriva la collaborazione con Dagospia, il sito fondato da Roberto D’Agostino. È il periodo nel quale il nome di Pizzi si lega sempre più al Cafonal, diventando una delle firme fotografiche più riconoscibili della mondanità romana.
Le sue immagini raccontano feste, ricevimenti, cene e appuntamenti dell’alta società. Davanti alla sua macchina fotografica passano aristocratici, politici di destra e di sinistra, cardinali, imprenditori, finanzieri, personaggi televisivi e dello spettacolo.
Ma nelle fotografie non sono soltanto i protagonisti a essere importanti. Pizzi osserva anche quello che accade intorno a loro: tavole imbandite, abiti, gesti, atteggiamenti e situazioni diventano parte della narrazione. La fotografia si trasforma così in una cronaca del costume.
Da questa esperienza nascono anche “Cafonal” e “Ultracafonal”, libri che raccolgono le immagini della mondanità romana e trasformano feste e ricevimenti in una galleria di personaggi e situazioni.

Un archivio della storia italiana
Pizzi non considerava la propria attività limitata al ruolo di paparazzo. Il suo archivio racconta infatti quasi sessant’anni di società italiana, dagli anni del boom economico fino alla stagione della comunicazione permanente.
La sua lettura della trasformazione sociale passava anche attraverso la fine della Dolce Vita e l’avvento di una nuova stagione, nella quale la ricerca della visibilità assumeva un peso crescente. Il suo lavoro segue così il passaggio dalla contestazione agli anni del terrorismo, dalla Milano da bere fino alla società dello spettacolo.
Negli anni della maturità professionale ha continuato a lavorare tra fotografia, video e archivio. Ha pubblicato immagini su testate italiane e internazionali, tra cui Time, People Magazine e Sunday Express Magazine.
Dal 2012 ha collaborato con Il Fatto Quotidiano, firmando il portfolio settimanale insieme a Fabrizio d’Esposito e partecipando alla rubrica video “Pizzi e Merletti”. Le sue fotografie sono apparse anche su Formiche.
Nel 2026 Rai Cultura ha trasmesso la docuserie “Profumo di Pizzi”, realizzata attraverso fotografie, materiali d’archivio e ricordi del fotografo.
Rimane così un patrimonio fatto di migliaia di immagini, nel quale convivono cinema, politica, cultura, economia e mondanità. Un archivio nel quale i grandi protagonisti della vita pubblica italiana si incontrano con figure della società dello spettacolo e con personaggi rimasti lontani dai riflettori. Attraverso quelle fotografie, il racconto di un Paese passa anche dai dettagli: uno sguardo, una risata, una tavola apparecchiata o un gesto colto nel momento esatto in cui la macchina fotografica era puntata.


