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Emanuela Orlandi, dopo 43 anni parla l’ultimo testimone: “È tutto inventato”

Pubblicato: 29/09/2026 19:49

«È tutto sbagliato, quello che è scritto là, tutto sbagliato. Tutto inventato, è tutto inventato». A più di quarant’anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, torna a parlare Bruno Bosco, ex poliziotto e uno degli ultimi testimoni ad aver visto la quindicenne vaticana il giorno in cui se ne persero le tracce. E lo fa mettendo in discussione alcuni elementi entrati per decenni nella ricostruzione del caso.

Le dichiarazioni sono state raccolte da Gabriele D’Angelo per Filorosso, il programma condotto da Antonino Monteleone su Rai 3 e RaiPlay, e anticipate sui profili social della trasmissione. Al centro delle parole di Bosco ci sono soprattutto i verbali dell’epoca e la figura del cosiddetto “uomo della Avon”, il misterioso individuo che, secondo una delle piste storiche, avrebbe avvicinato Emanuela poco prima della sua scomparsa.

Bruno Bosco: «Ci sono tante cose che io non ho scritto»

Bosco prende le distanze da quanto gli sarebbe stato attribuito nelle ricostruzioni investigative dell’epoca.

«Ci sono tante cose che io non ho scritto», afferma davanti all’inviato. Una dichiarazione che apre nuovi interrogativi su cosa il testimone abbia effettivamente raccontato agli investigatori e su cosa, invece, sia finito nei documenti successivamente associati alla sua testimonianza.

Il punto più delicato riguarda proprio l’uomo che Emanuela avrebbe incontrato e il relativo identikit. Quando gli viene chiesto del ritratto attribuito alle testimonianze raccolte all’epoca, Bosco reagisce: «Quale identikit? Chi l’ha fatto mai?».

Parole che mettono in discussione uno degli elementi che hanno accompagnato per anni il racconto della scomparsa, senza tuttavia consentire, da sole, di stabilire quali parti delle vecchie ricostruzioni siano effettivamente errate.

«Se apro la bocca la faccio scappare»

Nel corso del confronto Bosco pronuncia anche una frase destinata ad alimentare nuovi interrogativi: «Se apro la bocca la faccio scappare».

L’ex poliziotto sembra lasciare intendere di essere a conoscenza di elementi che non intende rendere pubblici. Quando il giornalista gli domanda perché non racconti ciò che sa per contribuire a fare chiarezza sulla sorte di Emanuela, Bosco replica: «Ma lei risolve il problema?».

Poi aggiunge: «È informato chi doveva essere informato, lei non si preoccupi».

Non è chiaro a chi faccia riferimento né quali siano le informazioni di cui sostiene essere a conoscenza. Le sue parole arrivano però dopo un passaggio istituzionale particolarmente importante.

L’audizione secretata davanti alla Commissione

Prima dell’intervista, infatti, Bruno Bosco era stato ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sui casi di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori.

L’audizione è stata secretata su richiesta dello stesso testimone. Il contenuto delle dichiarazioni rese in quella sede non è quindi pubblico e non è possibile sapere se gli elementi evocati durante l’intervista siano gli stessi riferiti ai commissari.

Le nuove dichiarazioni riaccendono comunque l’attenzione su ciò che accadde nelle ore precedenti alla scomparsa di Emanuela e, in particolare, sulla ricostruzione dell’incontro con il presunto uomo della Avon.

Il nuovo filone su Felix Wellner

Parallelamente, la Commissione bicamerale continua ad approfondire altre piste. Nella mattinata è stato ascoltato anche Romano Talone, che all’epoca dei fatti lavorava come giornalaio presso un’edicola di piazza Colonna.

Le domande dei commissari si sono concentrate in particolare su Felix Wellner, talent scout e agente di casting a luci rosse attivo a Roma tra gli anni Settanta e Ottanta. Il suo nome è recentemente riemerso nell’ambito della cosiddetta pista del cinema.

Talone conosceva Wellner e durante l’audizione lo ha descritto come un uomo che «portava a casa sua un po’ di donne». Ha però aggiunto che, secondo la sua esperienza personale, «non era una persona cattiva o violenta».

Dall’audizione di Talone, tuttavia, non sarebbero emersi elementi in grado di collegare Wellner alla scomparsa di Emanuela Orlandi.

A oltre quattro decenni da quel 22 giugno 1983, dunque, il lavoro della Commissione continua a riportare alla luce testimonianze e piste rimaste per anni sullo sfondo. Le parole di Bruno Bosco aprono ora un ulteriore interrogativo: quanto di ciò che per decenni è stato attribuito alla sua testimonianza corrisponde realmente a ciò che raccontò all’epoca?

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