
Un dettaglio tecnico, rimasto sepolto nei dati di laboratorio per quasi vent’anni, torna al centro dell’inchiesta sul delitto di Garlasco. La nuova ricostruzione riguarda alcuni campioni biologici analizzati nel 2007 e, in particolare, il materiale prelevato dai pedali della bicicletta di Alberto Stasi, elemento che ha avuto un ruolo nella vicenda giudiziaria.
Il punto da chiarire è una contraddizione tra risultati ottenuti in momenti diversi. Da una parte, un’analisi aveva evidenziato una quantità «enorme» di Dna di Chiara Poggi; il giorno successivo, invece, ulteriori campioni prelevati dai pedali erano risultati negativi. È attorno a questa sequenza che la Procura di Pavia e i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano stanno sviluppando l’ipotesi di un possibile scambio accidentale di provette.
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I campioni finiti al centro dell’indagine
Secondo la ricostruzione riportata dal Corriere della Sera, l’ipotesi investigativa riguarda due campioni identificati con sigle differenti. Il primo sarebbe quello ricavato dal cucchiaino utilizzato da Chiara Poggi per la colazione del 13 agosto 2007. Il secondo, contrassegnato come «bu_p», sarebbe invece il campione prelevato dai pedali della bicicletta di Stasi.
Gli investigatori ipotizzano che i due campioni possano essere stati scambiati involontariamente durante le operazioni di laboratorio. Si tratterebbe quindi, nella prima fase, di un possibile errore materiale e non di un’azione intenzionale.
La questione nasce dal confronto tra i risultati ottenuti in laboratorio. Il 20 settembre 2007, infatti, i campioni relativi ai pedali risultarono negativi. Il giorno precedente era invece emerso un risultato positivo associato a una quantità particolarmente elevata di Dna riconducibile a Chiara Poggi.
È proprio questa apparente incompatibilità a essere ora riesaminata dagli investigatori. La domanda è se i risultati possano essere spiegati attraverso uno scambio delle provette e se, successivamente, siano state compiute altre operazioni che avrebbero contribuito a rendere difficile ricostruire l’errore.

Le analisi ripetute e i risultati negativi
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, dopo l’eventuale errore iniziale sarebbe iniziata una seconda fase. Il 20 settembre 2007, il capitano dei Ris Alberto Marino avrebbe ripetuto le analisi «per approfondire», come riferito dallo stesso militare nel corso di un interrogatorio.
Il dato che viene ora esaminato dalla procura è che i nuovi test avrebbero dato esito negativo. Secondo l’ipotesi investigativa, questi risultati non sarebbero però stati comunicati.
È proprio su questo passaggio che potrebbero concentrarsi gli accertamenti relativi a eventuali responsabilità penali. Gli investigatori stanno cercando di stabilire se, dopo un possibile errore involontario, siano state compiute azioni consapevoli. Anche in questo caso, la valutazione dovrà tenere conto del tempo trascorso dal delitto e della possibile prescrizione di eventuali reati.
Un’altra circostanza sottoposta a verifica riguarda le tempistiche delle analisi. I due campioni sarebbero stati esaminati nello stesso giorno, il 10 settembre 2007, mentre le procedure di estrazione sarebbero state avviate a un giorno di distanza: il 10 e l’11 settembre.
C’è poi un’ulteriore anomalia relativa al campione proveniente dal cucchiaino, identificato tecnicamente come reperto 29. Secondo la ricostruzione riportata, il relativo profilo sarebbe stato «forzatamente attribuito» manualmente dall’operatore.
La tesi dei consulenti di Stasi
La lettura dei dati da parte dei genetisti Pasquale Linarello e Ugo Ricci, consulenti della difesa di Stasi, va nella direzione dello scambio dei campioni.
Secondo i due consulenti, i dati grezzi sarebbero compatibili con l’ipotesi che le provette siano state scambiate e che, in un secondo momento, qualcuno si sia accorto dell’errore senza procedere alla sua correzione.
Per la difesa di Stasi, che sta scontando una condanna a 16 anni, le conseguenze di questa eventuale ricostruzione sarebbero particolarmente rilevanti. «Di fatto alterando un elemento di prova decisivo che portò alla sua condanna», sostengono i legali dell’ex fidanzato di Chiara Poggi.
Si tratta, però, della tesi dei consulenti della difesa, inserita nel quadro degli accertamenti che la procura sta conducendo sui dati di laboratorio.

Il confronto sui 2,78 nanogrammi
Anche i consulenti genetici della procura, Carlo Previderè e Pierangela Grignani, avevano già esaminato la questione. Al centro c’è la coincidenza relativa al valore di 2,78 nanogrammi.
In una fase precedente, il confronto tra i risultati aveva incontrato un ostacolo tecnico. I test erano infatti stati eseguiti «con una metodica differente», circostanza che non consentiva di mettere direttamente a confronto i tracciati.
L’analisi dei dati grezzi di laboratorio e la considerazione dei risultati negativi che, secondo i pm, non sarebbero stati comunicati hanno però modificato il quadro degli accertamenti.
La componente scientifica dell’indagine sembra quindi essere arrivata a un punto nel quale, almeno sulla base degli elementi attualmente disponibili, non sarebbe possibile chiudere definitivamente la questione senza ulteriori esami. Gli eventuali nuovi accertamenti dovranno essere individuati e valutati.
Per questo motivo, il lavoro degli investigatori si sposta ora anche sul piano delle indagini tradizionali. L’obiettivo è ricostruire la sequenza delle operazioni effettuate nel 2007, verificare chi abbia eseguito i diversi passaggi e comprendere come siano stati gestiti i risultati delle analisi. La nuova ipotesi sul possibile scambio delle provette diventa così un ulteriore tassello degli accertamenti sul delitto di Chiara Poggi e sulle prove scientifiche raccolte nei giorni successivi alla sua morte.


