
Il 14 ottobre 2025 Pamela Genini veniva uccisa. Esattamente un anno dopo, la vicenda continua a essere al centro di accertamenti investigativi che si muovono su due fronti: l’omicidio e la successiva profanazione del loculo in cui era stata sepolta. Secondo la ricostruzione del pubblico ministero, quest’ultimo episodio sarebbe avvenuto tra il 27 ottobre e il 2 novembre 2025, a poche settimane dalla morte della donna. Al momento, l’unico indagato per la profanazione resta Francesco Dolci, 41 anni, residente a Sant’Omobono Terme. Gli investigatori del Nucleo investigativo dei carabinieri proseguono gli accertamenti per ricostruire ogni dettaglio di una vicenda ancora avvolta da numerosi interrogativi.
Le tracce sulla tomba: riflettori puntati sul nastro adesivo
Tra gli elementi al vaglio degli specialisti del Ris dei carabinieri ci sono i reperti recuperati all’interno della tomba e sulla lapide provvisoria di Pamela Genini. L’attenzione dei periti si è concentrata, in particolare, su un tassello collocato lungo il bordo superiore della struttura e su un tratto di nastro adesivo utilizzato per richiudere il loculo dopo la profanazione. Proprio quest’ultimo reperto potrebbe rivelarsi decisivo per gli sviluppi dell’inchiesta. Come riferisce il Corriere della Sera, sul nastro è stata individuata una traccia biologica che presenta una particolarità: il segno di un taglio che, secondo gli esperti, potrebbe essere stato provocato dai denti.

Il mistero del Dna e il no al prelievo
È proprio quella traccia genetica a rappresentare uno dei punti più delicati dell’indagine. Durante gli accertamenti tecnici irripetibili, Dolci, assistito dai propri consulenti di parte, avrebbe sostenuto che si tratti di Dna femminile. Gli esami condotti dagli investigatori sembrerebbero invece orientarsi verso un profilo genetico maschile. Una differenza tutt’altro che secondaria, soprattutto considerando il punto in cui il materiale biologico è stato rinvenuto. Per stabilire a chi appartenga la traccia, tuttavia, occorre un confronto attendibile. Al momento non è possibile attribuirla con certezza al quarantunenne, che ha scelto di non sottoporsi al prelievo del proprio campione biologico. Senza un confronto diretto, l’identificazione resta dunque da dimostrare.
Gli accertamenti medico-legali per individuare l’arma
Parallelamente alle analisi genetiche, gli inquirenti stanno cercando risposte anche attraverso gli approfondimenti medico-legali. Un contributo importante potrebbe arrivare dalle consulenze affidate a Matteo Marchesi, primario di Medicina legale dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, e a Marco Cummaudo, antropologo forense che fa parte dell’équipe di Cristina Cattaneo presso il Laboratorio di antropologia e odontologia forense (Labanof) dell’Università degli Studi di Milano. Gli specialisti stanno esaminando i segni presenti sul corpo della vittima per ricostruire le modalità della lesione mortale e, in particolare, individuare il tipo di strumento utilizzato per la recisione alla base del collo. L’obiettivo è ottenere indicazioni tecniche utili a chiarire la dinamica dei fatti e a restringere il campo delle ipotesi investigative.
Un’inchiesta ancora aperta, tra reperti e interrogativi
A un anno dall’omicidio, la profanazione della tomba aggiunge un ulteriore capitolo a una vicenda particolarmente complessa. Da una parte ci sono le tracce raccolte sul loculo, sulle quali gli specialisti stanno cercando di ricavare elementi identificativi; dall’altra, gli accertamenti sul corpo di Pamela Genini, necessari per approfondire le modalità dell’uccisione. Il Dna, il nastro adesivo e le analisi medico-legali costituiscono alcuni dei tasselli su cui si concentrano le verifiche. Nessuno di questi elementi, isolatamente, consente al momento di considerare risolti gli interrogativi ancora aperti. Saranno i risultati delle perizie e il loro confronto con gli altri riscontri investigativi a stabilire se sarà possibile compiere nuovi passi avanti e fare piena luce anche sulla profanazione della tomba.


