
A quarantotto ore dalle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, nel Partito repubblicano cresce la preoccupazione per un risultato che potrebbe cambiare gli equilibri politici di Washington e mettere in discussione la leadership di Donald Trump. I segnali più inquietanti arrivano dai collegi tradizionalmente conservatori, dove candidati che fino a poche settimane fa sembravano al sicuro si ritrovano improvvisamente a combattere per la rielezione. E mentre i dirigenti del Gop cercano di limitare le perdite, Steve Bannon, ex stratega della Casa Bianca e ideologo del movimento Maga, avverte che la vera battaglia potrebbe cominciare il giorno successivo alle elezioni.
Intervistato dal Financial Times, Bannon ha previsto una vera e propria «guerra civile» politica tra i repubblicani dopo il voto del 3 novembre. A scontrarsi sarebbero i sostenitori della linea nazionalista e populista di Trump e i conservatori tradizionali, che negli ultimi anni hanno accettato la supremazia del presidente senza rinunciare alle proprie convinzioni. Lo stesso Bannon riconosce quanto sia difficile la situazione: conservare la maggioranza alla Camera richiederebbe, a suo giudizio, un «miracolo», mentre al Senato la partita rimane aperta, soprattutto in funzione dell’affluenza. Sullo sfondo c’è già la competizione per le presidenziali del 2028, destinata a rendere ancora più evidente la lotta per il controllo del partito.
I collegi repubblicani diventano terreno di battaglia
A raccontare quanto sia cambiata la situazione è il Wall Street Journal, che cita un caso particolarmente significativo nello Stato di New York. In un distretto rurale conquistato da Trump nel 2024 con un vantaggio di 21 punti, un sondaggio ha rilevato che il candidato repubblicano Anthony Constantino si trova quattro punti dietro al suo avversario democratico. Una situazione che ha spinto persino Roger Stone, storico consigliere del presidente, a sollecitare l’intervento della Casa Bianca. Il vicepresidente JD Vance ha così programmato una visita nell’area per l’ultimo giorno di campagna elettorale, nel tentativo di mobilitare l’elettorato conservatore.
La preoccupazione riguarda soprattutto la Camera dei rappresentanti, dove ai democratici basta conquistare tre seggi netti aggiuntivi per ottenere la maggioranza, secondo la situazione parlamentare descritta dal Washington Post. Anche il tentativo repubblicano di rafforzarsi attraverso la ridefinizione dei collegi elettorali ha prodotto risultati inferiori alle aspettative. Il capogruppo aggiunto della maggioranza Tom Emmer ha ammesso ad Axios che il partito non riuscirà a conquistare tutti i tredici seggi supplementari sui quali aveva inizialmente puntato. Nel frattempo, secondo Politico, alcuni parlamentari repubblicani eletti in distretti considerati sicuri stanno chiedendo finanziamenti urgenti alla direzione nazionale per evitare una sconfitta.
La battaglia per il Senato appare altrettanto combattuta. In Texas, uno degli Stati simbolo del conservatorismo americano, il repubblicano Ken Paxton deve affrontare una competizione serrata con il democratico James Talarico. Secondo Axios, una struttura collegata al Senate Leadership Fund ha investito 131 milioni di dollari in appena diciassette giorni per sostenere la campagna repubblicana. Altri finanziamenti sono stati destinati all’Alaska, all’Ohio e al Maine, dove la senatrice Susan Collins deve difendere il proprio seggio. Anche il Kansas, che non elegge un democratico al Senato dal 1932, è diventato motivo di preoccupazione per i vertici del Gop.
Trump cerca di mobilitare la base, ma cresce il malcontento
Uno dei problemi principali riguarda proprio la partecipazione al voto. Axios descrive un Partito repubblicano alle prese con due difficoltà contemporanee: la forte mobilitazione dell’elettorato democratico e il rischio che una parte dei sostenitori di Trump decida di rimanere a casa. Il consulente conservatore Alex Castellanos ha definito questo fenomeno «Red Scream», il grido rosso, riferendosi alla possibilità che il malcontento repubblicano si traduca in astensione anziché in una maggiore mobilitazione. Trump sta tentando di contrastare questa tendenza con comizi e interventi a sostegno dei candidati, invitando i propri elettori a comportarsi come se il suo nome comparisse personalmente sulla scheda.
Ma anche i numeri dei sondaggi spiegano il nervosismo. Tre rilevazioni nazionali diffuse a ottobre da Washington Post-ABC News-Ipsos, NBC News e Fox News hanno collocato il gradimento del presidente rispettivamente al 33, 34 e 36 per cento. Le stesse indagini hanno registrato un vantaggio democratico nelle intenzioni di voto per il Congresso, compreso tra otto e dieci punti. A pesare sono soprattutto il costo della vita, l’inflazione e le conseguenze economiche della guerra in Iran. Il paradosso per molti candidati repubblicani è evidente: hanno bisogno della mobilitazione dell’elettorato trumpiano, ma una campagna troppo identificata con il presidente rischia di allontanare una parte degli indipendenti.
È proprio su queste contraddizioni che insiste Bannon, secondo il quale la resa dei conti non riguarderà soltanto i rapporti tra i conservatori tradizionali e il movimento Maga. Anche all’interno del mondo trumpiano sono emerse divisioni importanti, dal caso Epstein alla politica commerciale, fino alla guerra contro l’Iran. Bannon è stato contrario all’intervento militare fin dall’inizio e ha avvertito che una ripresa dei bombardamenti americani dopo le midterm provocherebbe una reazione durissima tra i sostenitori del presidente. L’ex stratega ha inoltre previsto scontri politici nei mesi precedenti all’insediamento del nuovo Congresso, sui finanziamenti federali, il tetto del debito, la difesa e la regolamentazione dell’intelligenza artificiale.
Le divisioni, comunque, non risparmiano neppure i democratici, che devono fare i conti con il confronto tra moderati e progressisti. Nel Michigan, le tensioni tra Abdul El-Sayed e Haley Stevens hanno complicato il tentativo di ricomporre il partito dopo le primarie. E proprio il Washington Post sottolinea come, nonostante le indicazioni favorevoli ai democratici, il risultato del Senato rimanga incerto per la difficoltà di misurare l’affluenza nei singoli Stati. Al contrario di quanto accade alla Camera, dove bastano pochi spostamenti per cambiare maggioranza, il controllo del Senato dipenderà da una serie di competizioni particolarmente ravvicinate.
Per Trump, dunque, il voto del 3 novembre rappresenta una prova politica che va oltre il controllo del Congresso. Un eventuale arretramento repubblicano potrebbe aprire una discussione sulla strategia del presidente e sui rapporti di forza all’interno del partito, proprio mentre comincia a delinearsi la successione del 2028. Bannon considera inevitabile questo confronto, mentre i dirigenti più vicini alla Casa Bianca continuano a puntare sulla capacità del presidente di mobilitare gli elettori negli ultimi giorni. La sfida immediata è conservare le maggioranze parlamentari. Quella successiva, già annunciata dall’ex stratega, riguarda chi guiderà il Partito repubblicano quando Trump non sarà più candidato alla Casa Bianca.


