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Omicidio Pasolini, la verità dopo 51 anni: il nuovo testimone, i Dna senza nome e la pista del delitto politico

Pubblicato: 03/11/2026 16:49

Cinquantun anni dopo quella notte all’Idroscalo di Ostia, la giustizia italiana torna a indagare sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini. La Procura di Roma ha aperto un nuovo fascicolo, affidato alla pubblico ministero Silvia Santucci, sulla morte dello scrittore e regista, assassinato tra il 1° e il 2 novembre 1975. A determinare la nuova iniziativa giudiziaria è stato un esposto dell’avvocato Stefano Maccioni, integrato con ulteriori elementi e con l’indicazione di un nuovo testimone che potrebbe contribuire a ricostruire il contesto dell’aggressione. Non si tratta ancora di una nuova verità, né dell’individuazione di altri assassini, ma della possibilità concreta di tornare a esaminare una vicenda che sembrava definitivamente consegnata alla storia.

Il punto decisivo non riguarda soltanto chi abbia materialmente ucciso Pasolini, ma perché lo abbia fatto e se dietro il delitto ci fosse qualcosa di più di una lite degenerata nella violenza. Per mezzo secolo la versione giudiziaria ha attribuito la responsabilità a Giuseppe Pelosi, detto Pino la Rana, il diciassettenne fermato quella notte alla guida dell’automobile dello scrittore. Eppure, nel corso dei decenni, sono emerse testimonianze, incongruenze e risultati scientifici che hanno alimentato dubbi sulla completezza di quella ricostruzione. Il nuovo procedimento arriva dopo l’archiviazione del 2015 e i successivi rifiuti di riaprire le indagini nel 2016 e nel 2023. Al centro ci sono ancora le tracce biologiche, la possibile presenza di altri aggressori e soprattutto il movente.

La notte dell’Idroscalo e i dubbi sulla versione ufficiale

Per comprendere la portata della nuova indagine bisogna tornare alla notte del 1° novembre 1975. Pasolini ha 53 anni, è uno degli intellettuali più conosciuti e discussi d’Italia, lavora al film Salò o le 120 giornate di Sodoma e al romanzo incompiuto Petrolio. Quella sera incontra Pelosi, cena con lui al ristorante Al Biondo Tevere e successivamente raggiunge l’Idroscalo di Ostia, una zona periferica fatta di baracche, strade sterrate e piccoli insediamenti. Il mattino seguente il suo cadavere viene ritrovato vicino a un campo di calcio, con gravissime ferite alla testa e al torace. È stato colpito ripetutamente e travolto da un’automobile.

Alle 1.30 della stessa notte, una pattuglia dei carabinieri aveva fermato Pelosi mentre guidava contromano, ad alta velocità, l’Alfa Romeo 2000 GT appartenente allo scrittore. Il ragazzo aveva tentato di sottrarsi all’alt e successivamente aveva ammesso il proprio coinvolgimento nell’omicidio. Sembrava una vicenda destinata a risolversi rapidamente: un giovane conosciuto nell’ambiente della prostituzione maschile, un incontro a pagamento, una lite e un’esplosione di violenza. Ma già l’esame della scena del crimine introduceva interrogativi. Vicino al corpo c’erano frammenti di legno insanguinati, un anello, capelli, altri oggetti e impronte che avrebbero avuto un ruolo importante nelle successive ricostruzioni.

Il processo di primo grado, concluso il 26 aprile 1976, non accettò integralmente l’idea dell’assassino solitario. Il Tribunale per i minorenni di Roma, presieduto da Alfredo Carlo Moro, fratello dello statista Aldo Moro, condannò Pelosi per omicidio volontario in concorso con ignoti. Era una distinzione fondamentale. Per i giudici, la responsabilità del diciassettenne era accertata, ma diversi elementi facevano ritenere che all’aggressione avessero partecipato altre persone. La pena complessiva fu di nove anni, sette mesi e dieci giorni. Nella ricostruzione del tribunale, la violenza si era sviluppata in più momenti e la presenza di complici aiutava a spiegare le caratteristiche dell’aggressione.

La situazione cambiò il 4 dicembre 1976, quando la Corte d’appello escluse la partecipazione di altri aggressori dalla ricostruzione giudiziaria. I magistrati ritennero che gli indizi valorizzati in primo grado non fossero sufficienti a dimostrare il coinvolgimento di terzi. Le impronte individuate nei pressi del campo di calcio, per esempio, avrebbero potuto essere lasciate da persone che avevano frequentato il terreno prima dell’omicidio. Anche la distribuzione dei reperti e delle macchie di sangue venne interpretata diversamente. Il 26 aprile 1979 la Cassazione confermò la sentenza d’appello, rendendo definitiva la condanna di Pelosi. Tre passaggi giudiziari, dunque, ma due valutazioni profondamente diverse sulla presenza di altri assassini.

La questione non è secondaria neppure oggi. Nella sentenza d’appello non venne semplicemente ignorata l’ipotesi di altri partecipanti: venne esaminata e ritenuta non adeguatamente dimostrata. Questo significa che per superare quella ricostruzione non basta riproporre i sospetti già formulati nel 1976. Occorrono nuovi elementi, testimonianze riscontrabili o risultati scientifici capaci di modificare il quadro probatorio. È precisamente il terreno sul quale si muove l’iniziativa giudiziaria del 2026. Il nuovo fascicolo non cancella le sentenze precedenti, ma può consentire di verificare responsabilità ulteriori rispetto a quelle definitivamente attribuite a Pelosi.

Un’altra svolta era arrivata nel maggio 2005, quando Pelosi, intervistato da Franca Leosini durante la trasmissione Rai Ombre sul giallo, aveva ritrattato la propria confessione. Dopo trent’anni aveva sostenuto che Pasolini fosse stato aggredito da altre persone e che lui avesse assunto la responsabilità del delitto per paura di ritorsioni nei confronti della famiglia. Raccontò di aggressori che lo avevano terrorizzato, senza però fornire nomi sufficienti a identificarli. Una dichiarazione clamorosa, anche perché smentiva decenni di ammissioni precedenti, ma che non poteva essere considerata automaticamente attendibile. Pelosi morì nel 2017, portando con sé una parte delle risposte che gli investigatori avrebbero voluto ottenere.

I sospetti, del resto, erano nati quasi immediatamente dopo l’assassinio. Il 14 novembre 1975, appena dodici giorni dopo il delitto, Oriana Fallaci pubblicò sull’Europeo una controinchiesta che ipotizzava la presenza di due ulteriori aggressori arrivati su una motocicletta. Secondo le testimonianze raccolte dalla giornalista, Pasolini avrebbe tentato disperatamente di fuggire e sarebbe stato raggiunto e picchiato da più persone, prima dell’investimento. La ricostruzione metteva in discussione il racconto di Pelosi e suggeriva l’esistenza di testimoni residenti nelle baracche vicine. Non era una prova giudiziaria definitiva, ma dimostrava che la tesi del delitto collettivo non era una costruzione nata molti anni dopo. Era già presente nella cronaca delle prime settimane.

A rendere ancora più complessa la vicenda sono intervenute le indagini scientifiche condotte a distanza di decenni. Nel procedimento aperto nel 2010, i carabinieri del Ris esaminarono reperti conservati dopo l’omicidio, individuando sugli indumenti di Pasolini almeno cinque profili genetici non attribuiti. La possibilità di identificare persone diverse da Pelosi sembrava offrire una strada nuova, ma gli accertamenti non portarono a risultati conclusivi. Il problema era duplice: non si riuscì ad attribuire quei profili a persone determinate e, soprattutto, non fu possibile stabilire se le tracce fossero state depositate prima, durante oppure dopo il delitto. La presenza di Dna sconosciuti, quindi, non equivale alla prova scientifica di altrettanti assassini.

Nel maggio 2015 il giudice per le indagini preliminari Maria Agrimi dispose l’archiviazione. La vicenda rimase aperta sul piano storico e giornalistico, ma non su quello giudiziario. Anche le iniziative successive del 2016 e del 2023 non ottennero nuovi accertamenti. Nel rigettare l’ultima richiesta, la Procura ritenne che gli elementi proposti non fossero sufficientemente specifici e riprendessero in parte questioni già esaminate. Ecco perché il nuovo testimone segnalato nell’istanza del 2026 può diventare importante: non soltanto per quello che potrebbe raccontare, ma per l’eventuale possibilità di collegare dati rimasti fino a oggi separati. Tra questi figurano anche immagini dei telegiornali Rai del 1975, che la difesa chiede di rileggere alla luce dell’intero materiale raccolto.

L’inchiesta di Simona Zecchi: le bobine di Salò, i testimoni dimenticati e la pista politica

Una delle ricostruzioni investigative più articolate è quella proposta dalla giornalista Simona Zecchi, che nel 2025 ha pubblicato per Ponte alle Grazie il libro Pasolini: ordine eseguito. Il volume costituisce l’approdo di un lavoro cominciato anni prima con Pasolini, massacro di un poeta e proseguito con L’inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini. Zecchi ha esaminato documenti, testimonianze e materiali delle precedenti indagini, arrivando a sostenere che l’omicidio non fu una violenza occasionale, ma un’operazione preparata nella quale sarebbero confluiti interessi criminali e politici. Si tratta di una tesi investigativa precisa, che l’autrice considera sostenuta dai documenti raccolti, ma che non è stata accertata da una sentenza.

Uno degli elementi centrali del libro riguarda il furto delle bobine di Salò, avvenuto nell’agosto 1975 dagli stabilimenti Technicolor di Roma, insieme ad altro materiale cinematografico. I responsabili chiesero un riscatto e si svilupparono contatti per recuperare il girato. L’interesse di Pasolini a ritrovare quelle pellicole è un elemento documentato della vicenda. Secondo Zecchi, proprio la prospettiva di riaverle sarebbe stata utilizzata per attirare il regista all’Idroscalo. In questo scenario Pelosi non sarebbe stato semplicemente un ragazzo incontrato casualmente quella sera, ma una figura inserita in una rete di contatti costruita nelle settimane precedenti. La cena, il viaggio a Ostia e l’aggressione assumerebbero allora un significato completamente diverso.

La pista delle bobine è importante perché offre un possibile collegamento tra la vita professionale del regista e gli ambienti della criminalità romana. Nel 2023, in un’inchiesta pubblicata sull’Espresso dalla stessa Zecchi, Maurizio Abbatino, futuro esponente di primo piano della Banda della Magliana, raccontò di aver partecipato a operazioni legate al recupero di materiale cinematografico. Negò però qualsiasi partecipazione all’omicidio e contestò l’identificazione fotografica che lo avrebbe collocato sul luogo del delitto. A sostegno della propria estraneità indicò documenti relativi alla sua detenzione in carcere durante quel periodo, circostanza confermata dal magistrato Otello Lupacchini. È una precisazione indispensabile: l’esistenza di rapporti con ambienti criminali e il furto delle pellicole non dimostrano automaticamente che quegli stessi ambienti abbiano organizzato l’assassinio.

Zecchi introduce anche un altro nome controverso, Giuseppe Mastini, conosciuto come Johnny lo Zingaro, personaggio più volte finito nelle indagini relative al caso. Nel libro l’autrice collega la sua figura a un’inchiesta sui sequestri di persona che coinvolse ambienti criminali attivi tra Ostia, il Veneto e altre regioni italiane. Particolare importanza viene attribuita ad alcune lettere-confessioni e ai possibili collegamenti tra gruppi criminali differenti. Anche in questo caso, però, le ipotesi devono essere distinte dalle responsabilità accertate: il fatto che Mastini sia stato oggetto di approfondimenti investigativi non significa che la sua partecipazione all’omicidio Pasolini sia stata giudiziariamente dimostrata.

Il passaggio forse più sorprendente di Pasolini: ordine eseguito riguarda due donne, Bruna e Rita Formichetti, che all’epoca vivevano con la famiglia all’Idroscalo. Secondo le testimonianze raccolte da Zecchi, le sorelle avrebbero assistito a momenti cruciali della notte dell’omicidio. In particolare, riferiscono di aver sentito attorno alle 4.30 del mattino il rumore di un motore e di un’automobile che sembrava prendere la rincorsa prima di travolgere qualcosa. Se il racconto fosse collocabile con certezza nell’ambito dell’omicidio, aprirebbe un problema enorme: l’orario sarebbe incompatibile con la sequenza temporale ricostruita attorno all’arresto di Pelosi, fermato alla guida dell’Alfa Romeo già all’1.30.

È proprio questa contraddizione a rendere la testimonianza interessante e, nello stesso tempo, bisognosa di verifiche rigorose. Bisognerebbe accertare l’esattezza dell’orario, il tipo di automobile sentita dalle testimoni, la possibilità di distinguere un episodio dall’altro e gli eventuali riscontri nelle dichiarazioni di altri abitanti della zona. Zecchi attribuisce alle testimonianze un peso decisivo e sostiene, sulla base della propria ricostruzione, che sulla scena del crimine sarebbero state presenti almeno tredici persone, delle quali circa sette direttamente coinvolte nell’aggressione. Sono numeri che provengono dall’inchiesta giornalistica e non da un accertamento giudiziario consolidato. Resta inoltre da chiarire se il testimone indicato nella nuova istanza del 2026 abbia qualche relazione con quelli individuati da Zecchi: le informazioni pubbliche disponibili non consentono di affermarlo.

Ma è soprattutto sul movente politico che il lavoro della giornalista apre una prospettiva diversa rispetto alle interpretazioni più conosciute. Secondo Zecchi, per comprendere l’assassinio non basta leggere Petrolio o esaminare i rapporti tra Pasolini, il mondo dell’energia e i protagonisti del potere economico. Bisogna ricostruire gli ultimi mesi della sua attività giornalistica, quando lo scrittore si era concentrato sulle stragi, sulla strategia della tensione e sulle possibili responsabilità politiche nascoste dietro il terrorismo. Il centro dell’indagine diventerebbe così non soltanto quello che Pasolini aveva già denunciato pubblicamente, ma quello che stava cercando di scoprire e che avrebbe potuto rivelare successivamente.

Il 14 novembre 1974 Pasolini aveva pubblicato sul Corriere della Sera uno degli articoli più importanti della propria carriera, Cos’è questo golpe? Io so. In quelle pagine sosteneva di conoscere, attraverso il lavoro intellettuale, la rete di responsabilità che aveva segnato la stagione delle stragi italiane. Ma aggiungeva una precisazione fondamentale: «Io so. Ma non ho le prove». Non rivendicava dunque il possesso di documenti giudiziari decisivi; formulava una ricostruzione politica fondata sulla lettura degli eventi, delle connessioni e dei silenzi del potere. Era un atto d’accusa durissimo nei confronti di una parte della classe dirigente e dei meccanismi di protezione che, secondo lui, rendevano possibile la violenza eversiva.

La pista seguita da Zecchi conduce alle comunicazioni intercorse nel 1975 tra Pasolini e Giovanni Ventura, neofascista coinvolto nelle vicende giudiziarie della strage di piazza Fontana. La giornalista ha ricostruito un carteggio nel quale lo scrittore cercava informazioni sulle responsabilità politiche dietro gli attentati e sul sistema di rapporti che avrebbe favorito la destabilizzazione dell’Italia. Secondo l’autrice, a Pasolini sarebbe arrivato anche materiale documentale potenzialmente importante, collegato a un dossier successivamente scomparso. È qui che la ricostruzione ipotizza un salto di qualità: Pasolini non sarebbe stato più soltanto un intellettuale capace di denunciare pubblicamente il potere, ma un uomo impegnato a raccogliere informazioni suscettibili di compromettere ambienti politici ed eversivi.

Questa interpretazione deve essere affrontata con attenzione. Il fatto che Pasolini avesse interlocutori legati alla stagione delle stragi è rilevante per ricostruire la sua attività. Il fatto che cercasse documenti e informazioni può spiegare perché avvertisse l’esigenza di approfondire determinate vicende. Ma il passaggio successivo — cioè che sia stato ucciso per impedire la diffusione di quelle informazioni — resta un’ipotesi da dimostrare. Per trasformarla in una conclusione investigativa occorrerebbe individuare i presunti mandanti, ricostruire le comunicazioni con gli esecutori e accertare il nesso tra il materiale cercato da Pasolini e la decisione di assassinarlo. È la differenza tra un contesto storico potenzialmente significativo e la prova di un movente.

La questione investe anche il romanzo Petrolio, pubblicato postumo nel 1992. L’opera affronta il tema del potere economico, le trasformazioni dell’Italia e il ruolo di figure riconducibili al mondo petrolifero, tra cui Eugenio Cefis ed Enrico Mattei. Al centro di numerose ricostruzioni successive è finito il misterioso Appunto 21, intitolato Lampi sull’Eni, un segmento non presente nel manoscritto pubblicato. Nel 2010 Marcello Dell’Utri annunciò di aver visto un presunto documento riconducibile alla parte mancante, senza che fosse poi possibile accertarne in modo definitivo l’autenticità e il contenuto. Da qui sono nate ipotesi su informazioni compromettenti che Pasolini avrebbe potuto aver raccolto.

Su questo punto, tuttavia, Zecchi si distingue da altri studiosi e investigatori. In una lunga intervista pubblicata nel novembre 2025, la giornalista ha sostenuto che Petrolio non costituisca la chiave decisiva per risolvere il delitto. Nella sua interpretazione, il nodo più importante non sarebbero le vicende già note di Mattei e Cefis, ma le informazioni sulle stragi e sulle responsabilità politiche che Pasolini avrebbe cercato di approfondire negli ultimi mesi di vita. Il carteggio con Ventura e il dossier di cui Zecchi ricostruisce l’esistenza avrebbero quindi un valore investigativo maggiore rispetto alla ricerca del capitolo perduto del romanzo. È una distinzione importante, perché impedisce di trattare come un’unica teoria tutte le ipotesi di omicidio politico.

Un ulteriore aspetto rende la vicenda particolarmente delicata: l’eventuale convergenza tra criminalità comune ed eversione politica. L’Italia del 1975 attraversava una fase segnata da terrorismo, stragi, violenza ideologica e conflitti interni agli apparati dello Stato. In quel contesto non era impossibile che persone appartenenti ad ambienti diversi entrassero in relazione. Ma una compatibilità storica non è una dimostrazione giudiziaria. L’ipotesi formulata da Zecchi è che la capacità operativa di gruppi criminali possa essere stata utilizzata per un obiettivo politico. L’eventuale conferma richiederebbe però prove specifiche dell’esistenza di un accordo, dell’identità dei partecipanti e della finalità dell’azione. Senza questi passaggi, la ricostruzione resta una pista investigativa, per quanto articolata.

Ed è proprio il rapporto tra le differenti piste il punto sul quale la nuova Procura potrebbe concentrare gli approfondimenti. Da una parte ci sono la materialità dell’omicidio, gli oggetti ritrovati, le impronte, le tracce biologiche e la dinamica dell’investimento. Dall’altra esistono la storia delle bobine sottratte, gli ambienti criminali frequentati dai protagonisti, le testimonianze raccolte dai giornalisti e l’attività politica e investigativa di Pasolini. Finora questi diversi capitoli hanno prodotto interrogativi, ma non una ricostruzione alternativa capace di superare il vaglio giudiziario. La sfida consiste nel verificare se esistano collegamenti concreti tra le informazioni, non nel considerare automaticamente confermata una teoria perché alcuni elementi sembrano compatibili.

Nel procedimento appena avviato, l’avvocato Stefano Maccioni rappresenta l’Ordine dei giornalisti del Lazio, il regista David Grieco e lo scrittore Giovanni Giovannetti. La richiesta originaria è stata presentata nel novembre 2025 e integrata nel maggio 2026. Il legale sostiene che i risultati scientifici e il riesame dei materiali disponibili abbiano ormai compromesso la credibilità della versione dell’assassino unico. La Procura, tuttavia, dovrà stabilire quali di questi elementi possano essere utilizzati per compiere nuove attività investigative e quali, invece, siano già stati esaminati senza esito. L’identità del nuovo testimone non è stata resa pubblica nelle notizie finora diffuse, così come non risulta ancora una ricostruzione ufficiale del contenuto delle sue eventuali dichiarazioni.

C’è infine una dimensione che riguarda il modo in cui l’Italia ha raccontato la morte di Pasolini. Per anni il delitto è stato associato quasi esclusivamente alla sua omosessualità e agli incontri con giovani delle periferie romane. Una lettura che ha spesso sovrapposto la vita privata della vittima alla spiegazione del crimine. L’omosessualità di Pasolini appartiene alla sua biografia; non costituisce, da sola, un movente. Allo stesso modo, la sua esposizione politica non dimostra automaticamente l’esistenza di un complotto. Una ricostruzione accurata deve evitare entrambi gli automatismi: quello che riduce l’assassinio a un episodio sessuale e quello che ne considera già accertata la matrice politica.

A distanza di cinquantun anni, il punto più importante è proprio questo. La responsabilità di Pelosi è stata definitivamente accertata dalla giustizia, ma la ricerca di eventuali altri partecipanti e di un diverso movente non può essere liquidata sulla base di quella sola condanna. Le testimonianze raccolte da Oriana Fallaci, gli elementi emersi dalle indagini scientifiche, le ricerche di Simona Zecchi e il nuovo materiale presentato dall’avvocato Maccioni mostrano quanto sia ampia la documentazione ancora discussa. Nessuno di questi elementi, isolatamente, consente oggi di attribuire responsabilità penali ulteriori. Insieme, però, rappresentano il patrimonio di informazioni sul quale gli investigatori sono nuovamente chiamati a lavorare.

L’apertura del fascicolo nel novembre 2026 non è quindi la soluzione del caso, ma l’inizio di un nuovo tentativo di accertamento. La questione decisiva sarà capire se il testimone segnalato nell’esposto, le immagini d’archivio e gli eventuali approfondimenti scientifici potranno produrre riscontri nuovi. Soltanto allora sarà possibile stabilire se dietro la morte di Pasolini vi fossero davvero altri aggressori e, soprattutto, se quella notte all’Idroscalo sia stata il teatro di un delitto occasionale oppure l’ultimo atto di una vicenda preparata altrove. Dopo 51 anni, la domanda non è soltanto chi abbia ucciso Pier Paolo Pasolini. È se la verità giudiziaria conosciuta abbia raccontato l’intera storia della sua morte.

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