
Un partito islamico che indica un ex capo di Stato maggiore israeliano come futuro premier. E lo stesso leader arabo che sostiene il piano di Donald Trump per Gaza, compreso il disarmo di Hamas. Arrivano da Israele due notizie destinate a cambiare il dibattito politico sul Medio Oriente. Protagonista è Mansour Abbas, leader di Ra’am, il partito arabo di ispirazione islamica che ha conquistato otto seggi alle elezioni del 27 ottobre. Durante le consultazioni con il presidente Isaac Herzog, Abbas ha indicato Gadi Eisenkot per la formazione del nuovo governo, aprendo una prospettiva politica fino a pochi anni fa difficilmente immaginabile.
La scelta non è soltanto simbolica. Anche la Lista Unita araba, che dispone di undici parlamentari, ha indicato Eisenkot. In questo modo, sommando le raccomandazioni delle due formazioni arabe a quelle degli altri partiti di opposizione, l’ex generale può contare su 67 indicazioni su 120 deputati della Knesset. Una maggioranza numerica che non significa ancora la nascita di un governo, perché restano profonde differenze politiche tra le forze coinvolte, ma che mette i rappresentanti arabi al centro della partita per il futuro di Israele. Il presidente Herzog dovrà valutare a chi affidare l’incarico di formare il nuovo esecutivo.
Un partito islamico sceglie l’ex generale israeliano
A rendere particolarmente significativa la vicenda è la storia dei protagonisti. Gadi Eisenkot è stato capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane, mentre Mansour Abbas guida una formazione politica di ispirazione islamica che rappresenta una parte dei cittadini arabi di Israele. Due mondi apparentemente lontanissimi che oggi cercano un possibile terreno d’intesa. Non è però la prima volta che Abbas percorre questa strada: nel 2021 Ra’am partecipò alla coalizione guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid, diventando il primo partito arabo a entrare formalmente in un governo israeliano.
«Siamo il partito arabo più grande d’Israele», ha rivendicato Abbas davanti al presidente Herzog, sottolineando l’importanza del risultato elettorale. La partecipazione degli elettori arabi ha raggiunto livelli particolarmente elevati, contribuendo alla conquista complessiva di 19 seggi da parte delle due liste. Secondo Abbas, questo voto rappresenta anche una risposta a quattro anni di marginalizzazione, incitamento, razzismo e insicurezza personale. Rivendicazioni che dimostrano come la partecipazione alla vita democratica israeliana possa accompagnarsi a una critica molto dura delle politiche del governo uscente.
Ma la seconda notizia riguarda direttamente Gaza. Interrogato da Herzog sulla posizione del suo partito nei confronti di Hamas, Abbas ha ribadito la condanna del terrorismo e degli attentati, richiamando una linea politica che il suo movimento sostiene fin dai tempi degli accordi di Oslo. Non ha però accettato di definire esplicitamente Hamas un’organizzazione terroristica. Ha invece sottolineato un punto preciso: il sostegno al piano di pace presentato dal presidente americano Donald Trump, che prevede il disarmo delle organizzazioni militari palestinesi e apre una prospettiva politica fondata sulla soluzione dei due Stati.
Anche la presidenza palestinese sostiene il piano Trump
Ed è proprio qui che emerge un altro elemento di grande importanza, rimasto relativamente ai margini del dibattito italiano. Il sostegno al progetto americano non arriva soltanto da Mansour Abbas. Già il 14 gennaio 2026, infatti, la presidenza dell’Autorità Palestinese aveva accolto favorevolmente gli sforzi di Trump per realizzare il piano di pace, compresa la costituzione del Board of Peace, l’organismo internazionale previsto per accompagnare la transizione e la ricostruzione di Gaza. Una posizione ufficiale, ribadita successivamente attraverso l’appoggio al piano in venti punti e l’attivazione di un collegamento con le strutture incaricate della sua attuazione.
Questo non significa che tutti i palestinesi condividano il progetto americano, né che siano state superate le divergenze sul futuro della Striscia. Il disarmo di Hamas, il ritiro israeliano e il percorso verso uno Stato palestinese restano questioni aperte. Tuttavia, l’adesione della presidenza palestinese e il sostegno espresso da un leader islamico eletto alla Knesset mostrano una realtà ben più articolata di quella rappresentata attraverso la sola contrapposizione militare. Esistono interlocutori politici palestinesi che considerano il negoziato, le istituzioni e la cooperazione internazionale strumenti concreti per affrontare il conflitto.
Il dato forse più interessante riguarda proprio gli arabi israeliani, cittadini di uno Stato nel quale partecipano alle elezioni, eleggono parlamentari e possono concorrere alla formazione del governo. Una condizione che non cancella discriminazioni, tensioni e problemi di integrazione, ma che dimostra il peso delle istituzioni democratiche israeliane. La vicenda di Mansour Abbas assume così un significato che va oltre i rapporti parlamentari: un leader islamico può sostenere un ex comandante dell’esercito israeliano e contemporaneamente difendere i diritti della propria comunità e una prospettiva nazionale palestinese.
Naturalmente la strada verso un governo Eisenkot resta complicata. Alcune forze dell’opposizione israeliana sono contrarie a una coalizione dipendente dai voti dei partiti arabi, mentre permangono differenze profonde sulla questione palestinese. Ma la novità politica è già davanti agli occhi di tutti. Dopo un’elezione che ha registrato una mobilitazione eccezionale della popolazione araba, i suoi rappresentanti potrebbero risultare determinanti per il futuro governo. E mentre il Medio Oriente continua a fare i conti con le conseguenze della guerra, da Israele arriva un segnale che merita attenzione: la possibilità di costruire convergenze politiche persino tra protagonisti che hanno storie, identità e visioni profondamente diverse.


