
La decisione del International Paralympic Committee di vietare la divisa della nazionale ucraina alle prossime Paralimpiadi di Paralimpiadi di Milano Cortina 2026 apre un caso che va ben oltre l’estetica sportiva. Sull’uniforme compariva una mappa dell’Ucraina con tutte le sue unità amministrative, incluse Crimea e Donbass, territori oggi occupati dalla Russia. Per il comitato internazionale si tratta di “propaganda politica”. Per Kiev, invece, è la semplice rappresentazione della propria integrità territoriale.
La scelta di censurare una cartina geografica rischia di trasformare la neutralità sportiva in un esercizio di sterile burocrazia. Perché se affermare i confini riconosciuti dal diritto internazionale diventa uno slogan politico, allora il confine tra imparzialità e ambiguità si fa pericolosamente sottile.
Neutralità o rimozione della realtà?

Secondo l’IPC, sulle divise sono vietati “messaggi pubblici o politici legati all’identità nazionale”. Una mappa, sostiene l’organismo, rientrerebbe in questa categoria. Ma qui non si parla di uno slogan ideologico. Si parla della rappresentazione di uno Stato sovrano nei suoi confini internazionalmente riconosciuti, compresa la Crimea annessa illegalmente da Mosca nel 2014.
Equiparare una mappa nazionale a un messaggio politico significa ignorare il contesto di una guerra di aggressione che dura da anni. Significa chiedere a un Paese invaso di nascondere, anche simbolicamente, le proprie ferite. E questo in nome di una neutralità che finisce per apparire asettica, se non miope.
Il presidente del comitato paralimpico ucraino, Valeriy Sushkevych, ha reagito duramente, parlando di “burocrati” intenti a impedire all’Ucraina di dichiararsi un Paese senza occupazione. Parole forti, che riflettono la frustrazione di chi vede trasformato un simbolo identitario in una violazione regolamentare.
Lo sport non è mai neutro
Lo sport internazionale ha sempre convissuto con la politica, anche quando finge il contrario. Le sanzioni contro la Russia, l’esclusione di atleti sotto determinate bandiere, le prese di posizione su conflitti e diritti umani dimostrano che la neutralità assoluta è un’illusione. Pretendere che l’Ucraina rinunci persino alla propria cartografia ufficiale rischia di suonare come una richiesta di autocensura.
In un’Europa che si dice solidale con Kiev, la decisione dell’IPC appare fuori tempo. Difendere la legalità internazionale non è propaganda, ma coerenza. E chiedere a un Paese aggredito di attenuare i propri simboli per non disturbare gli equilibri diplomatici non rafforza lo spirito paralimpico.
Le Paralimpiadi dovrebbero celebrare la resilienza, la forza e il superamento delle avversità. Per l’Ucraina, oggi, anche una semplice mappa racconta questa storia. Vietarla significa perdere un’occasione per affermare, con chiarezza, che lo sport può essere neutrale nelle competizioni, ma non indifferente di fronte all’ingiustizia.


