
Il debutto in Coppa d’Asia della nazionale femminile iraniana contro la Corea del Sud passerà alla storia non per il risultato sportivo, ma per la potenza simbolica di un gesto che ha trasformato il rettangolo verde in un’arena di resistenza. In un clima segnato dal conflitto e da un lutto nazionale imposto dal regime, le atlete hanno scelto di trasformare la cerimonia iniziale in un manifesto politico silenzioso. Mentre lo stadio veniva avvolto dalle note dell’inno nazionale, le undici titolari sono rimaste immobili, con gli sguardi fissi e le labbra serrate, rifiutandosi di prestare la voce a un simbolo che non sentono più proprio.
The #Iranian national football team refuses to sing the Islamic Republic’s anthem at the #QatarWorldCup2022 in solidarity with the victims of the protests.
— NEXTA (@nexta_tv) November 21, 2022
Fans booed the Iranian anthem from the stands. pic.twitter.com/TSRM96qUfM
La disobbedienza civile delle atlete
Questo atto di coraggio non è stato un episodio isolato o casuale, ma una disobbedienza deliberata contro le pressioni verticistiche. Secondo quanto riportato dalla giornalista Tracey Holmes, alle calciatrici era stato impartito l’ordine tassativo di cantare, una mossa studiata dalle autorità di Teheran per evitare imbarazzi internazionali in una fase di estrema fragilità politica interna. Il gruppo squadra ha però ignorato il diktat in modo compatto. A rendere l’atmosfera ancora più elettrica è stata la reazione della CT Marziyeh Jafari: le telecamere l’hanno colta mentre, dalla panchina, osservava le sue giocatrici lasciandosi scappare un “sorriso carico di approvazione”. Nel frattempo, sugli spalti, il silenzio del campo veniva accompagnato dallo sventolio delle bandiere pre-rivoluzionarie, con il leone e il sole dorati, simboli di un’opposizione mai sopita.
Il precedente più immediato e doloroso risale ai Mondiali in Qatar del 2022, quando la nazionale maschile scelse la medesima via per protestare contro la repressione seguita alla tragica morte di Mahsa Amini. In quell’occasione, i calciatori rischiarono il carcere e la radiazione pur di mostrare solidarietà al popolo. Tuttavia, la pressione psicologica e le minacce dirette alle famiglie portarono a un parziale ripiegamento: nella seconda partita del torneo, i giocatori furono costretti a cantare l’inno “a mezza bocca”, mostrando volti visibilmente impauriti e provati. Oggi, le ragazze di Jafari riprendono quel filo interrotto, dimostrando che, nonostante i rischi, la volontà di non piegarsi è più viva che mai. Il loro silenzio ha fatto più rumore di qualsiasi coro, confermando che lo sport rimane uno degli ultimi spazi di espressione libera per chi non ha più voce.

