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Iran: algoritmi, 007 e missili di precisione, così è stato colpito Khamenei

Pubblicato: 03/03/2026 17:10

Il raid che ha colpito il compound di Pasteur Street, a Teheran, non è stato un’azione improvvisata. Secondo una ricostruzione del Financial Times, l’operazione che ha portato all’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei sarebbe il risultato di anni di raccolta sistematica di informazioni, analisi tecnologica e cooperazione tra intelligence israeliana e statunitense.

Il monitoraggio costante e il “pattern of life”

Le fonti citate dal quotidiano britannico riferiscono che per anni numerose telecamere del traffico di Teheran sarebbero state compromesse, con flussi video intercettati e analizzati all’estero. Una in particolare avrebbe garantito una visuale strategica sul complesso ultravigilato dove lavorava l’ayatollah.

Attraverso queste immagini e altre fonti elettroniche, gli analisti avrebbero costruito un dettagliato “pattern of life”: orari di arrivo, turni delle guardie del corpo, percorsi abituali, riunioni programmate. Un lavoro di osservazione costante, volto a individuare finestre operative favorevoli.

Algoritmi e intelligence umana

Alla sorveglianza elettronica si sarebbe affiancata l’analisi di enormi quantità di dati mediante algoritmi avanzati e strumenti di social network analysis. L’obiettivo era mappare reti decisionali e relazioni interne al vertice iraniano, individuando centri nevralgici e momenti di maggiore vulnerabilità.

Il lavoro sarebbe stato coordinato dall’unità di intelligence militare israeliana 8200, insieme al Mossad, con il supporto di fonti umane sul terreno. Secondo le ricostruzioni, gli Stati Uniti avrebbero fornito una conferma diretta della presenza del bersaglio nel luogo e nel momento stabilito.

In parallelo, Israele avrebbe interferito con alcune torri di telefonia mobile nell’area, rendendo difficoltose eventuali comunicazioni di emergenza.

Il raid e la scelta del momento

Quando le intelligence hanno avuto la certezza che Khamenei avrebbe partecipato a una riunione nel suo ufficio, l’operazione è entrata nella fase esecutiva. Per obiettivi di altissimo profilo, la dottrina israeliana prevede una doppia conferma indipendente prima dell’attacco.

I jet, già in volo in attesa della finestra operativa, avrebbero lanciato fino a trenta munizioni di precisione. La scelta del momento sarebbe stata determinata anche dal timore che, in caso di conflitto aperto, la leadership iraniana si rifugiasse stabilmente nei bunker sotterranei, difficilmente raggiungibili con gli ordigni disponibili.

A differenza di altri leader regionali che vivevano in clandestinità permanente, Khamenei alternava misure di sicurezza rafforzate a momenti di presenza ordinaria nei suoi uffici. Secondo le fonti, non si trovava in uno dei due bunker a sua disposizione al momento del raid: una circostanza che avrebbe reso possibile il successo dell’operazione.

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