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Guerra in Iran, primi attriti tra Trump e Netanyahu: il nodo petrolio e il futuro della leadership a Teheran

Pubblicato: 10/03/2026 09:49

La guerra contro l’Iran sta mostrando le prime crepe nell’asse tra Stati Uniti e Israele, finora apparso compatto nella pianificazione e nell’esecuzione dell’operazione militare. Dopo settimane di totale allineamento tra Washington e Tel Aviv, un primo segnale di divergenza è emerso in seguito ai bombardamenti israeliani contro 30 depositi di carburante iraniani, un attacco che avrebbe sorpreso l’amministrazione americana per ampiezza e conseguenze potenziali.
Il raid, avvenuto sabato, segna il primo disaccordo esplicito tra il presidente Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio.

L’attacco ai depositi di carburante e le preoccupazioni degli Stati Uniti

Secondo fonti citate da Axios, Israele aveva informato gli Stati Uniti dell’operazione, ma la portata dei bombardamenti sarebbe andata oltre quanto previsto da Washington. L’attacco ha colpito infrastrutture energetiche utilizzate anche per scopi civili, sollevando timori negli ambienti politici americani.

Un consigliere della Casa Bianca ha spiegato che Trump non avrebbe gradito l’operazione perché potrebbe avere effetti destabilizzanti sui mercati energetici. “Il presidente vuole salvare il petrolio, non bruciarlo”, ha dichiarato la fonte, sottolineando come immagini di infrastrutture energetiche distrutte possano alimentare i timori di un aumento dei prezzi della benzina, tema molto sensibile negli Stati Uniti.

Israele sostiene invece che i depositi di carburante avessero anche funzioni militari, e che distruggerli serva a limitare la capacità dell’Iran di colpire infrastrutture civili israeliane con eventuali rappresaglie.

Negli Stati Uniti però cresce il timore che attacchi a strutture con utilizzo civile possano rivelarsi controproducenti, rafforzando il sostegno della popolazione iraniana al regime.

Il nodo petrolio e l’impatto sui mercati energetici

Il bombardamento di infrastrutture energetiche avviene in un momento in cui il mercato petrolifero globale è già sotto forte pressione. Anche se i depositi colpiti non sono impianti di produzione, le immagini degli attacchi possono agitare i mercati e alimentare la volatilità dei prezzi del petrolio.

Per rassicurare l’opinione pubblica e gli investitori, funzionari dell’amministrazione americana e lo stesso Trump stanno ripetendo in televisione un messaggio preciso: “Short-term pain for long-term gain”, ovvero dolore nel breve periodo per benefici nel lungo termine.

Il presidente ha comunque ribadito che la decisione su quando porre fine alla guerra sarà presa in accordo con Netanyahu, pur mantenendo l’ultima parola.

Trump e Netanyahu: chi decide la fine della guerra

In un’intervista al Times of Israel, Trump ha dichiarato che la conclusione delle operazioni militari sarà frutto di una decisione condivisa con il governo israeliano.

Il presidente americano ha elogiato Netanyahu definendolo “un premier di guerra” e ha sottolineato la cooperazione tra i due Paesi. Allo stesso tempo ha lasciato intendere che gli Stati Uniti potrebbero sospendere gli attacchi prima di Israele, suggerendo che non sarà necessariamente necessario continuare le operazioni una volta raggiunti gli obiettivi principali.

Il dibattito sul futuro della leadership iraniana

Uno dei punti più discussi riguarda il futuro assetto politico dell’Iran. Secondo Richard Haass, ex ambasciatore americano e per anni direttore del Council on Foreign Relations, non è ancora chiaro se il cambio di regime sia davvero un obiettivo prioritario per Washington.

Trump ha alternato richieste di “resa incondizionata” a dichiarazioni più caute, sostenendo che la guerra sarebbe ormai “praticamente completa”.

Il presidente ha anche lasciato intendere che gli Stati Uniti potrebbero lavorare con un nuovo leader religioso iraniano, purché pragmatico, escludendo però Mojtaba Khamenei.

L’ipotesi di una guida militare per l’Iran

Diversa sarebbe la posizione di molti ambienti israeliani e di alcuni settori della politica americana. Secondo vari analisti, tra i vertici della sicurezza israeliana si sta facendo strada l’idea che una leadership militare possa essere più prevedibile e meno ideologica rispetto a una guida religiosa.

L’esperienza con diversi Paesi arabi governati da ex militari viene spesso citata come esempio di interlocutori più pragmatici sul piano geopolitico.

Il timore di una guerra senza fine

Non tutti però condividono la strategia della “resa incondizionata” chiesta da Trump e sostenuta da Netanyahu. Secondo il Washington Post, all’interno dell’apparato di difesa israeliano starebbero emergendo voci critiche.

Alcuni funzionari temono che l’obiettivo di destabilizzare completamente il regime iraniano possa trascinare la regione in un conflitto prolungato e potenzialmente infinito.

Un’eventuale escalation prolungata avrebbe conseguenze pesanti anche per gli Stati del Golfo, che ospitano infrastrutture energetiche e idriche altamente vulnerabili, e potrebbe provocare forti ripercussioni sui prezzi dell’energia e sull’economia globale.

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