
La forca all’alba, nel cuore di Qom, come messaggio politico prima ancora che giudiziario. Il 19 marzo il regime iraniano ha eseguito pubblicamente la condanna a morte di Saleh Mohammadi, 19 anni, arrestato dopo le proteste di gennaio. Con lui sono stati giustiziati anche Saeed Davoudi e Mehdi Ghasemi. Un’esecuzione che arriva mentre, secondo le organizzazioni per i diritti umani, decine di altri manifestanti restano nel braccio della morte, tra cui anche minorenni, in un sistema che procede con processi sommari e accuse spesso costruite.
Secondo il Centre for Human Rights in Iran, la repressione non si è fermata agli arresti di massa ma continua con condanne capitali che mirano a colpire simbolicamente il dissenso. Dalla fine delle manifestazioni, migliaia di persone sono detenute e centinaia rischiano la pena di morte, in un clima in cui la giustizia diventa strumento di intimidazione. L’esecuzione pubblica, sottolineano gli osservatori, non è solo una punizione, ma una dimostrazione di forza del regime.
Chi era Mohammadi
Saleh Mohammadi aveva compiuto 19 anni in carcere, l’11 marzo, appena otto giorni prima dell’esecuzione. Era stato arrestato a gennaio, quando ne aveva ancora 18, per aver partecipato alle manifestazioni nella sua città. Nato nel 2007, era un giovane atleta di wrestling, con medaglie internazionali e un percorso sportivo già riconosciuto. Aveva conquistato un secondo posto al torneo Abdullah Movahed e un bronzo alla Coppa internazionale Saytiyev in Russia, entrando nel circuito competitivo della lotta iraniana.
Sui social raccontava i suoi allenamenti e i suoi obiettivi, tra cui quello di diventare campione olimpico. In uno dei suoi ultimi post scriveva: “Una bella vita ha bisogno di giorni brutti”, una frase che oggi assume il peso di una testimonianza. Il suo percorso, dalla palestra al patibolo, è diventato uno dei simboli più forti della repressione che ha colpito una generazione cresciuta tra sport e aspirazioni internazionali.
Accuse, torture e processo
Il tribunale di Qom ha accusato Mohammadi e gli altri due giovani dell’omicidio di due agenti della polizia Faraja, sostenendo che avessero utilizzato armi bianche. Le autorità hanno parlato di un attacco organizzato e hanno inquadrato il caso nel reato di moharebeh, “inimicizia contro Dio”, una delle accuse più gravi previste dal sistema iraniano. La sentenza ha applicato il principio del qisas, la legge della retribuzione, che prevede la pena di morte.
Durante il processo, il giovane ha dichiarato che le sue confessioni erano state estorte sotto tortura. Testimonianze riportano che avesse le mani rotte per le percosse. Nonostante il diritto a presentare ricorso entro venti giorni, la condanna è stata confermata in tempi rapidi. Secondo osservatori internazionali, le accuse di legami con Israele e Stati Uniti rientrano in uno schema ricorrente utilizzato per delegittimare i manifestanti.
Il segnale del regime
Le esecuzioni del 19 marzo arrivano a distanza di poche ore da un’altra impiccagione, quella di Kouroush Keyvani, accusato di spionaggio. Un’accelerazione che, secondo le organizzazioni per i diritti umani, indica una strategia precisa: trasformare la pena di morte in un strumento di controllo sociale. Il Centre for Human Rights in Iran ha parlato apertamente di “omicidio sanzionato dallo Stato”, denunciando processi basati su confessioni forzate.
Il quadro che emerge è quello di una repressione sistematica, in cui la giustizia diventa una leva politica. Le esecuzioni pubbliche, i tempi rapidi dei procedimenti e l’uso di accuse religiose e geopolitiche costruiscono un messaggio chiaro: il dissenso non è tollerato. E il destino di Mohammadi, giovane atleta con un futuro davanti, diventa così il simbolo più drammatico di questa linea.


