
Il Sacro Pratone di Pontida si prepara a celebrare l’ultimo atto della lunga e tormentata storia del suo fondatore, ma l’atmosfera che si respira nel borgo bergamasco è carica di tensione politica più che di rassegnazione. Per l’addio a Umberto Bossi, i fedelissimi della prima ora stanno allestendo maxischermi, srotolando le storiche bandiere con il Sole delle Alpi e coordinando il coro degli alpini sulle note del Va’ pensiero. Tuttavia, l’evento rischia di trasformarsi nel palcoscenico di una profonda spaccatura identitaria. Dal 2018 il Senatur aveva smesso di frequentare i raduni ufficiali, marcando una distanza siderale dal nuovo corso sovranista. Ed è proprio per scongiurare “appropriazioni indebite” da parte dell’attuale dirigenza che la vedova Manuela, il figlio Il Trota e il resto della famiglia hanno blindato le esequie, riducendo al minimo la dimensione pubblica per evitare che l’attuale segreteria rivendichi una finta continuità spirituale.
Due anime per un solo addio nella storica Abbazia
I funerali si terranno nella suggestiva Chiesa di San Giacomo, l’abbazia benedettina dove nel 1167 nacque la storica alleanza dei Comuni lombardi contro il Barbarossa. La capienza è limitata a sole 400 persone, e la famiglia ha fatto filtrare il desiderio di riservare le panche agli “amici veri”, tenendo a distanza presunti traditori e intrusi. Tra le navate siederanno i vertici dello Stato, a partire dai presidenti delle Camere, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, oltre alla premier Giorgia Meloni e ai ministri del governo. Anche l’attuale segretario della Lega e i big di via Bellerio occuperanno le prime file, sebbene la base storica sussurri l’auspicio che i nuovi leader “non facciano le star”.
Il clima di scontro interno è plasticamente riassunto dalle parole di Giulio Tremonti, atteso alla cerimonia: «Da vivo, a Umberto, lo hanno trattato malissimo. Compreso chi diceva di amarlo». A fargli eco sono i padanisti della vecchia guardia come Giuseppe Leoni, storico braccio destro di Bossi, che lancia un duro j’accuse definendo l’attuale evoluzione del movimento un «partito fascistoide». La cerimonia vedrà così sfilare due mondi ormai inconciliabili: i nostalgici del secessionismo e i fautori del partito nazionale.
A marcare ulteriormente la frattura c’è il categorico no della famiglia ai funerali di Stato, un privilegio che nel 2022 fu invece concesso per Roberto Maroni. La moglie Manuela ha preteso una cerimonia intima e asciutta, l’ultimo gesto di rottura di un leader che amava ripetere «io oltre ai miei cari amo il popolo». Oggi, tra le navate di San Giacomo e il maxischermo all’esterno, si misurerà quanto di quel popolo sia effettivamente sopravvissuto al tempo e alle trasformazioni della politica italiana.


