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Quando Paoli disse: “Resurrezione? No, credo alla reincarnazione”

Pubblicato: 24/03/2026 14:10

Seduta nel salotto di Gino Paoli, davanti a un poggiolo sospeso tra l’azzurro del cielo e il riverbero del mare ligure, mi rendo conto che parlare con lui significa navigare in un oceano di ricordi e filosofia. Il pretesto è una serie di incontri intitolata «Senza fine», e chi meglio dell’uomo che ha scritto quel capolavoro per Ornella Vanoni poteva incarnare questo concetto? Eppure, Gino mi spiazza subito: sostiene che l’amore sia la miglior finzione di immortalità che l’essere umano abbia mai inventato. «Si dice ti amerò per sempre, oppure non ti lascerò mai. È l’immortalità più credibile che ci sia», spiega con quel tono sornione che lo accompagna da novant’anni. Cita Una lunga storia d’amore per chiarire il punto: quel “fai finta di non lasciarmi mai” è l’esorcismo perfetto contro la fine che, prima o poi, deve arrivare.

La morte, per lui, non è un tabù. La definisce una “Signora familiare”, una compagna di viaggio incontrata precocemente durante i cinque anni di guerra vissuti da bambino. Non ne ha paura, teme solo il decadimento fisico, l’idea di restare senza l’uso delle gambe o della mente. Ma la conversazione scivola inevitabilmente su quel tragico 11 luglio 1963, quando a soli ventinove anni tentò il suicidio. «Perché si è un po’ stupidi. Si pensa di aver avuto già tutto, di aver visto tutto, di sapere tutto», confessa oggi. Non era noia, ma un paradossale senso di appagamento. Scelse una Derringer, un colpo al cuore per non sfigurarsi e non dare uno shock a sua madre. «Non volevo che vedesse il mio corpo sfigurato. Mi stesi sul letto e mi sparai al cuore. Ma nemmeno così ci riuscii». Quel proiettile è ancora lì, incastrato nel pericardio, memoria metallica di un gesto che definisce “arrogante” perché, dice, «non scegli tu di vivere, e non puoi dunque scegliere di morire».

Il peso di Tenco e l’esistenzialismo degli anni Sessanta

Il pensiero corre subito a Luigi Tenco, l’amico di mille “zingarate” che invece riuscì nel suo intento. Paoli ammette di nutrire ancora oggi un dubbio atroce: che Luigi possa aver cercato di imitarlo in una sorta di tragico coup de théâtre. Tuttavia, non prova sensi di colpa. Per lui, ogni suicidio è un atto privatissimo e non collegabile a quello di altri. Erano anni intrisi di esistenzialismo, cresciuti a “pane e Sartre”, dove l’atto gratuito sembrava l’unica forma di responsabilità assoluta. Eppure, arrivato alla soglia dei novant’anni, Gino non mostra l’attaccamento spasmodico alla vita tipico dei vecchi. Vive con distacco, sornione come uno dei suoi amati gatti. «Sono consapevole che ogni giorno che vivi è un giorno in meno, ciò che vivi oggi non lo vivrai mai più. Ma questo non mi dà ansia», afferma guardando l’orizzonte.

In questo equilibrio filosofico, la figura centrale è Paola Penzo Paoli, la moglie che lo accudisce e lo protegge da decenni. Lei è colei che cucina le trofie al pesto “comme il faut” e che decide chi può “infastidire” le sue pigre giornate. Si conobbero quando lei aveva quindici anni; lui, già vissutissimo e con due figli da donne diverse (Anna Fabbri e Stefania Sandrelli), le disse galantemente di tornare l’anno dopo. E Paola tornò. Oggi Gino si definisce con orgoglio un «uomo-oggetto»: senza di lei ammette di non saper fare nulla, nemmeno scrivere un biglietto d’auguri per i novant’anni di Ornella Vanoni. Proprio la Vanoni è stata colei che gli ha insegnato il sesso senza sensi di colpa, dopo un inizio traumatico in un bordello di Genova che lo aveva quasi convinto a rinunciare ai piaceri della carne.

Tra fede, politica e il richiamo ancestrale del mare

Nonostante si dichiari cristiano — «non possiamo non dirci cristiani, noi nati qui» — Paoli non crede nella resurrezione della carne. Preferisce l’idea induista della reincarnazione, magari in una gatta, come quella celebre della sua canzone che lo aspettava sul terrazzo di Boccadasse. Il mare resta il suo elemento vitale, la sua “energia orgonica”. Ricorda con precisione maniacale i dettagli tecnici di Sapore di sale, il basso che imitava il ritmo delle onde e il sax di Gato Barbieri, imposto con forza contro il parere dei discografici. Anche la politica, che lo ha visto parlamentare nelle liste del PCI, oggi riceve il suo sguardo disincantato. Di Giorgia Meloni dice che è stata una speranza: «Le consiglierei soltanto di conservare la testa di una donna, e di non trasformarsi in un uomo di potere». Su Elly Schlein, invece, sospende il giudizio, vedendola ancora troppo impegnata nella critica e poco nel programma.

Essere vecchio gli piace. Dice che la percezione delle cose è più completa, quasi un’iniziazione continua. Nonostante una vita di eccessi — una bottiglia di whisky al giorno per vent’anni, droghe, sigarette a pacchetti — si ritrova in salute per puro “culo”, come ha spiegato tra gli applausi a un convegno di geriatri. Non fa più concerti, il Covid ha spento quella voglia, ma continua a comporre testi onirici e a sognare. L’unico vero rammarico è l’assenza degli amici che se ne sono andati quasi tutti. Ma finché ci sarà il mare e finché ci sarà Paola a “pensare” per lui, Gino continuerà a sorridere nel buio, quando le luci del palcoscenico immaginario si spengono e lui resta, finalmente, solo con se stesso.

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Ultimo Aggiornamento: 24/03/2026 14:11

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