
Airbus, il consorzio europeo della difesa accelera sul fronte della difesa anti-droni e porta in volo il suo nuovo intercettore senza pilota. Il sistema “Bird of Prey” ha completato il primo volo dimostrativo in un’area di addestramento militare nella Germania settentrionale, segnando un passo rilevante nello sviluppo di soluzioni pensate per contrastare le minacce emergenti rappresentate dai droni d’attacco.
Il primo test in condizioni operative realistiche
La dimostrazione, annunciata da Airbus, è stata condotta in uno scenario operativo realistico. Durante il volo, il drone intercettore ha eseguito in autonomia tutte le fasi preliminari dell’ingaggio: ricerca, rilevamento e classificazione del bersaglio.
Solo nella fase finale è intervenuto l’operatore umano, autorizzando l’attacco. Un modello che riflette una delle tendenze più evidenti nei sistemi militari contemporanei: combinare automazione avanzata e controllo umano nelle decisioni critiche.
Per il test è stato utilizzato il missile aria-aria Mark I, sviluppato dalla startup Frankenburg Technologies. Si tratta della prima dimostrazione pubblica del sistema in un contesto militare completo.
Un sistema pensato per contrastare i droni kamikaze
Il “Bird of Prey” nasce come piattaforma C-UAS (Counter-Unmanned Aerial System), progettata per neutralizzare più droni d’attacco di medie dimensioni nel corso di una singola missione.
Secondo Airbus, il sistema è ottimizzato in particolare contro i cosiddetti droni “kamikaze”, sempre più utilizzati nei conflitti recenti. Non è invece pensato per intercettare droni di piccole dimensioni, come i multicotteri commerciali.
L’obiettivo è affrontare una criticità ormai evidente nei teatri operativi: la sproporzione tra il costo delle difese tradizionali e quello delle minacce. I missili antiaerei convenzionali risultano spesso troppo costosi rispetto a droni economici e facilmente replicabili.
Il nodo dei costi: intercettare di più spendendo meno
Proprio il contenimento dei costi rappresenta il cuore del progetto. Il missile Mark I è un intercettore leggero, lungo circa 65 centimetri e con un peso inferiore ai 2 chilogrammi. È progettato per essere prodotto in serie e utilizzato senza necessità di complesse verifiche prima del lancio.
La sua gittata è limitata – fino a 1,5 chilometri – ma sufficiente per missioni di difesa ravvicinata. La testata a frammentazione consente di colpire bersagli aerei a corto raggio, rendendo possibile l’ingaggio di più obiettivi in sequenza.
Il drone intercettore, riutilizzabile, può trasportare fino a otto missili nella versione operativa, raddoppiando la capacità rispetto al prototipo testato.
Sviluppo rapido e integrazione nella difesa NATO
Uno degli elementi più significativi del programma è la velocità di sviluppo. Il primo volo dimostrativo è arrivato a soli nove mesi dall’avvio del progetto, un tempo particolarmente ridotto per standard industriali e militari.
Il prototipo si basa su una piattaforma esistente, il drone Do-DT25 di Airbus, modificato per ospitare il sistema d’arma. Ha un’apertura alare di 2,5 metri, una lunghezza di poco superiore ai 3 metri e un peso massimo al decollo di 160 chilogrammi.
Airbus prevede che il “Bird of Prey” venga integrato nelle architetture multilivello della difesa aerea della NATO, operando come complemento mobile ai sistemi radar e missilistici già in uso.
Una risposta ai nuovi scenari di guerra
L’esperienza dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente ha accelerato la ricerca di soluzioni contro minacce aeree di massa a basso costo. In questo contesto, la difesa anti-droni è diventata una priorità operativa.
Secondo il CEO di Airbus Defence and Space, Mike Schoellhorn, sistemi come il “Bird of Prey” mirano a colmare una lacuna critica nelle capacità difensive, offrendo una risposta scalabile e sostenibile dal punto di vista economico.
Airbus ha annunciato ulteriori voli di prova nel corso del 2026, con l’obiettivo di arrivare a una piena operatività entro il 2027, in funzione delle esigenze dei clienti e dell’integrazione nei diversi scenari operativi.
La sfida, ora, è dimostrare che questo modello – più flessibile, più economico e più rapido da dispiegare – possa realmente cambiare l’equilibrio tra attacco e difesa nei conflitti contemporanei.


