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Gravina deve dimettersi, senza alibi: il fallimento dell’Italia non si gestisce, si paga

Pubblicato: 01/04/2026 06:59

Il punto non è più discutere, analizzare, contestualizzare. Il punto è prendere atto che il calcio italiano ha toccato il fondo, e lo ha fatto tre volte consecutive restando fuori dai Mondiali. Non è una crisi, non è un passaggio a vuoto, non è una congiuntura sfortunata: è un fallimento strutturale, totale, evidente. E davanti a un fallimento così non esiste il tempo della riflessione, non esiste il rinvio, non esiste il linguaggio burocratico delle “valutazioni”. Esiste una sola parola che ha senso: dimissioni. Tutto il resto è un modo per prendere tempo, per abbassare la pressione, per evitare di fare l’unica cosa che in qualsiasi altro sistema sano sarebbe già avvenuta automaticamente.

Quando Gravina dice che la responsabilità è sua, compie un passaggio che in teoria dovrebbe chiudere il discorso. Ma invece lo riapre, lo diluisce, lo svuota. Perché a quella frase non segue l’atto conseguente. Segue il rinvio al Consiglio federale, segue la procedura, segue il tentativo di trasformare una responsabilità personale in una decisione collettiva. Ed è qui che il sistema si tradisce fino in fondo: quando la responsabilità diventa negoziabile, quando viene messa all’ordine del giorno invece di essere assunta, significa che non esiste più davvero. È una parola vuota, una formula, un modo per restare fermi mentre tutto intorno crolla.

Il problema, però, è ancora più profondo e più grave. Perché non è solo Gravina a non dimettersi. È il fatto che questo comportamento non produca uno strappo, non generi una rottura, non scateni una reazione vera dentro il sistema. Il calcio italiano oggi è un ambiente che ha perso il senso del limite, che non distingue più tra errore e fallimento, tra difficoltà e disastro. E quando si perde questa distinzione, tutto diventa sopportabile, tutto diventa gestibile, tutto può essere rinviato a una riunione successiva. È un meccanismo di autodifesa che diventa autodistruzione.

E allora il punto finale è semplice, brutale, inevitabile. Qui non serve un consiglio, non serve una riflessione, non serve un’altra parola. Serve un gesto. Perché quando un sistema fallisce così clamorosamente, chi lo guida non resta per gestire le conseguenze: se ne va. Tutto il resto non è politica, non è istituzione, non è responsabilità. È solo resistenza al cambiamento.

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Ultimo Aggiornamento: 01/04/2026 07:14

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