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Trump minaccia ancora l’Iran: “Posso distruggerlo in quattro ore”

Pubblicato: 07/04/2026 07:00

Il linguaggio è quello di una guerra totale, senza più filtri diplomatici né attenuazioni retoriche. Donald Trump ha scelto di parlare in modo diretto, brutale, quasi definitivo, fissando una scadenza precisa e trasformando il negoziato con l’Iran in un aut-aut senza margini. L’ultimatum, annunciato durante una conferenza stampa convocata alla Casa Bianca, lega il destino del conflitto a una scelta immediata: accettare il piano americano oppure affrontare una distruzione sistematica delle infrastrutture del Paese. Il tono non è quello della pressione negoziale, ma quello di una minaccia operativa già pronta a tradursi in azione.

Il presidente americano ha indicato un orario preciso, le 20 di Washington, le due di notte in Italia, come possibile punto di non ritorno. In quel momento, ha spiegato, potrebbe scattare un piano militare capace di colpire simultaneamente centrali elettriche, ponti e snodi strategici, lasciando il Paese senza energia e senza comunicazioni. La giustificazione addotta è quella già più volte ripetuta: impedire all’Iran di ottenere un’arma nucleare. Ma nella narrazione di Trump si inserisce anche un elemento morale, con accuse durissime contro Teheran, definita responsabile di decine di migliaia di morti e descritta con parole che segnano una rottura netta anche sul piano del linguaggio politico.

Il piano e la trattativa

Dietro la minaccia, però, resta ancora aperto uno spazio negoziale, seppur sempre più fragile. Washington ha inviato a Teheran un piano in 15 punti, trasmesso attraverso la mediazione del Pakistan, con l’obiettivo di chiudere il conflitto. La risposta iraniana, articolata in dieci punti, è stata giudicata da Trump “significativa ma insufficiente”, lasciando intendere che il margine per una trattativa esiste ma si sta rapidamente riducendo. Sul tavolo resta l’ipotesi di un accordo in due fasi: prima un cessate il fuoco di 45 giorni, poi un’intesa complessiva.

Il piano militare illustrato dal presidente avrebbe un obiettivo preciso: paralizzare lo Stato iraniano senza necessariamente occupare il territorio. La distruzione delle infrastrutture, secondo la Casa Bianca, potrebbe innescare una reazione interna, spingendo la popolazione a sollevarsi contro il regime. Trump stesso ha ammesso però il rischio di una repressione violenta, evocando precedenti in cui le autorità iraniane avrebbero colpito i manifestanti con estrema durezza. È una strategia che punta a un cambio di equilibrio interno più che a una vittoria militare tradizionale.

Le accuse agli alleati e il fronte interno

Accanto alla pressione su Teheran, Trump ha aperto un nuovo fronte polemico contro gli alleati storici degli Stati Uniti. La Nato è stata definita una “tigre di carta”, accusata di non aver sostenuto Washington nel momento decisivo. Le critiche si sono estese anche a Paesi come Giappone, Corea del Sud e Australia, mettendo in discussione l’intero sistema di alleanze costruito dopo la Seconda guerra mondiale. È un passaggio politico rilevante, perché segna uno scarto tra la gestione multilaterale delle crisi e una visione sempre più unilaterale della forza americana.

Sul piano interno, il presidente ha alzato ulteriormente i toni, arrivando a minacciare il carcere per un giornalista che aveva rivelato dettagli sensibili su operazioni militari. Anche qui, il messaggio è netto: la sicurezza nazionale viene prima di ogni altra considerazione, compresa la libertà di stampa. In parallelo, Trump ha ribadito di credere di avere il sostegno della popolazione iraniana e ha evocato anche una dimensione quasi religiosa del conflitto, sostenendo che “Dio è buono” e che la causa americana sarebbe giustificata anche sul piano morale.

Nel frattempo, il negoziato resta sospeso tra due scenari opposti: un accordo last minute oppure un’escalation che potrebbe cambiare definitivamente il volto della guerra. La scadenza fissata da Trump non è solo un limite temporale, ma un punto politico che segna il passaggio da una crisi gestibile a un conflitto potenzialmente irreversibile.

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