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“Non è avidità…”. Rivolta nel tennis, i campioni chiedono più soldi: perché lo fanno, c’è un motivo preciso

Pubblicato: 08/05/2026 13:51

Il dibattito che vede protagonisti Jannik Sinner e Novak Djokovic durante gli Internazionali d’Italia a Roma non riguarda una semplice richiesta di aumento dei compensi per le stelle del circuito, ma solleva una questione strutturale profonda che tocca l’intera economia del tennis mondiale. Nonostante i top player siano già multimilionari grazie a premi e sponsorizzazioni, la loro battaglia si concentra sulla redistribuzione della ricchezza generata dai grandi tornei, in particolare gli Slam. Il paradosso evidenziato dai campioni risiede nel fatto che, mentre il tennis cresce esponenzialmente come industria globale, la fetta di guadagni che ricade direttamente sugli atleti rimane sproporzionatamente bassa rispetto ad altre discipline sportive di massa.

Il paradosso dei ricavi negli slam

La contestazione nasce da numeri che descrivono un divario netto tra gli incassi totali degli organizzatori e le somme destinate ai premi per i tennisti. Prendendo come riferimento il Roland Garros, le proiezioni per il 2026 indicano ricavi complessivi superiori ai 400 milioni di euro, derivanti da diritti televisivi, biglietteria, sponsorizzazioni e servizi di hospitality. Di fronte a questo volume d’affari imponente, ai giocatori viene destinata una percentuale inferiore al 15% del fatturato totale. Questo dato appare ancora più critico se confrontato con i tornei Masters 1000, come Indian Wells o gli stessi Internazionali d’Italia, dove la quota riservata ai premi si aggira intorno al 22% dei ricavi. I tennisti chiedono dunque un allineamento degli Slam a questi standard, considerando che sono proprio i quattro tornei più prestigiosi a detenere il potere economico maggiore nel circuito.

La tutela dei giocatori di bassa classifica

Sebbene siano Sinner, Djokovic, Alcaraz e Sabalenka a esporsi mediamente, la loro rivendicazione ha una forte matrice collettiva volta a proteggere la base della piramide tennistica. Per i giocatori che navigano oltre la centesima posizione nel ranking mondiale, la sopravvivenza economica è una sfida quotidiana. I costi logistici per coach, fisioterapisti, viaggi e le pesanti tassazioni nazionali erodono quasi interamente i premi vinti nei primi turni dei grandi tornei. Sinner ha spiegato chiaramente che senza i tennisti lo spettacolo non esisterebbe e che la richiesta non è quella di ottenere il 50% degli introiti, ma semplicemente un riconoscimento più equo dello sforzo prodotto. L’obiettivo è trasformare il tennis in uno sport che garantisca sicurezza finanziaria anche a chi non appartiene all’elite dei primi venti al mondo.

Una visione sindacale per il futuro

Oltre alla questione meramente monetaria, i tennisti chiedono una riforma che includa benefici strutturali tipici di un’attività lavorativa professionale. Tra le richieste principali figurano la creazione di fondi dedicati al welfare, come contributi per la pensione, assicurazioni sanitarie, tutele per la maternità e indennità per gli infortuni. Attualmente i tornei del Grande Slam non forniscono quasi alcun supporto di questo tipo, lasciando i tennisti in una condizione di precarietà non appena termina la loro carriera o sopraggiungono problemi fisici. La proposta prevede un aumento graduale della percentuale dei ricavi destinata ai premi, partendo dal 16% attuale per arrivare al 22% entro il 2030, con incrementi annuali costanti.

Un altro pilastro della protesta riguarda il peso politico degli atleti all’interno degli organismi che governano il tennis. I big chiedono con forza la creazione di un organismo di rappresentanza ufficiale, un vero e proprio consiglio dei giocatori degli Slam, per avere voce in capitolo su decisioni fondamentali che riguardano il calendario stagionale, la programmazione dei match e le condizioni tecniche di gioco. Oggi i montepremi sono fissati unilateralmente dalle federazioni nazionali, come la Federazione Francese di Tennis, e i giocatori si sentono spesso meri attori di un palcoscenico di cui non controllano le dinamiche. La minaccia di boicottaggio evocata da alcuni atleti serve dunque a forzare una trattativa che riconosca ai tennisti il ruolo di partner e non solo di dipendenti.

La fuga dal professionismo per motivi economici

Novak Djokovic ha più volte ribadito che la situazione attuale sta spingendo molti giovani talenti ad abbandonare il professionismo prematuramente. A differenza di molti altri sport globali dove la base dei professionisti gode di garanzie contrattuali solide, il tennis resta una disciplina dove chi non raggiunge i vertici fatica a coprire le spese. Molti atleti sono costretti a ritirarsi perché impossibilitati a finanziare la propria attività agonistica, riducendo così la competitività e la qualità complessiva del movimento. La battaglia per i soldi condotta dai milionari del tennis è quindi, in ultima analisi, una crociata per la sostenibilità a lungo termine di tutto il sistema, affinché il successo economico di uno Slam possa ricadere positivamente su ogni singolo partecipante al tabellone.

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