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“Lo chiamava così”. Morte Matteo Franzoso, fuori tutta la verità: insulto shock

Pubblicato: 13/05/2026 12:48

In certe vicende lo sport lascia spazio a un dolore che travolge tutto, dalle piste innevate alle famiglie, fino alle istituzioni che ne fanno parte. Quando la morte di un atleta giovane si intreccia con accuse, ricostruzioni e tensioni mai sopite, il racconto pubblico si carica inevitabilmente di conflitti e domande ancora aperte.

A distanza di otto mesi dalla scomparsa di un giovane sciatore azzurro durante un allenamento in Sud America, la sua famiglia torna a parlare pubblicamente, sollevando interrogativi su rapporti interni, dinamiche tecniche e presunti episodi di pressione all’interno della squadra nazionale. Al centro della vicenda ci sono le dichiarazioni del padre e della madre, che ricostruiscono il contesto precedente alla tragedia.
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Le accuse del padre e il rapporto con la Nazionale

Il padre del giovane atleta, Marcello Franzoso, ha rilasciato un’intervista a La Stampa nella quale ha espresso forti accuse nei confronti dell’ambiente tecnico della Nazionale di sci.

Nel suo racconto, Franzoso ha fatto riferimento al direttore tecnico Max Carca, sostenendo che il figlio sarebbe stato vittima di offese e atteggiamenti denigratori:
«Mi chiedo per quale motivo il mio Matteo venisse insultato dal signor Massimo Carca che, quando andava male in gara, gli aveva coniato il nome “il frocetto di Sestriere”».

Parole pesanti che riaccendono il dibattito sulle dinamiche interne al mondo agonistico e sul rapporto tra atleti e staff tecnico. La Federazione Sport Invernali non ha rilasciato commenti ufficiali sulla vicenda.

Dal canto suo, lo stesso Carca ha respinto le accuse senza entrare nel merito delle contestazioni:
«Per favore lasciatemi stare. Mi hanno girato il post, non seguo i social. Con Matteo avevo il mio rapporto e nessuno me lo può togliere. Rispetto il dolore della famiglia e non rispondo. Chi mi conosce bene sa quanto soffro».

Il dolore della famiglia e il ricordo degli ultimi giorni

La famiglia del giovane atleta, scomparso durante un allenamento sulle nevi di Santiago del Cile, ha sempre sostenuto di essere rimasta sola nella gestione del dolore e delle conseguenze della tragedia.

«Siamo stati lasciati soli», è una delle frasi che il padre ha ribadito nel tempo, sottolineando il senso di isolamento vissuto nei mesi successivi all’incidente.

Il giovane sciatore, impegnato in ritiro con la Nazionale, era morto dopo un impatto ad alta velocità contro una palizzata di legno sulla pista di La Parva. Trasportato d’urgenza in clinica, era deceduto poco dopo l’arrivo dei soccorsi.

Il padre ha aggiunto: «Ho tanta rabbia. Sono sconvolto. L’unica cosa che non mi perdono è che con mio figlio non parlavamo mai di sci. Mi fidavo di quello che mi diceva. Lui si dedicava anima e corpo alla sua passione, ma io non capivo. Poi, in Cile, sono successe cose strane, ne parlerò più avanti».

Il funerale e le tensioni nel gruppo azzurro

La gestione del rientro della salma e dei giorni successivi alla tragedia ha lasciato spazio anche a tensioni all’interno del gruppo sportivo.

Durante il periodo in Cile, agli atleti sarebbe stata concessa libertà di scelta tra il rientro in Italia per partecipare al funerale o la permanenza in ritiro. «Chi vuole, torna in Italia. Chi non se la sente di andare al funerale, resta», sarebbe stata la comunicazione interna.

Tra coloro che hanno scelto di restare in Sud America figurano il compagno di squadra Giovanni Franzoni e il direttore tecnico Carca. Lo stesso Franzoni ha spiegato la sua decisione affermando: «O riprendevo a sciare subito o non sarei più riuscito a farlo».

Il fratello del giovane atleta ha invece contestato alcune ricostruzioni pubbliche emerse dopo la tragedia: «Qualcuno dice di essere il fratello di Matteo. Ma io sono il suo solo fratello. Io ero al suo funerale. Qualcun altro (Franzoni) non c’era».

Le parole della madre e il racconto in clinica

Anche la madre del giovane sciatore ha raccontato quei momenti drammatici, descrivendo le ore successive all’incidente in clinica come particolarmente traumatiche.

«È stato tutto traumatico. E poi in quella clinica sono successe cose assurde. Da quando siamo sbarcati in Cile io sono sempre stata con lui, non volevo lasciarlo. C’era una dottoressa che mi chiedeva in continuazione il permesso di prendere i suoi organi. Terribile. Mi prendeva per il braccio e continuava a chiedermelo. Mi diceva “Stia tranquilla, deve solo darmi il permesso per la donazione”. Un incubo. Vissuto così, con mio figlio che stava morendo», ha raccontato la madre Olga.

Parole che aggiungono un ulteriore livello di complessità a una vicenda già segnata dal dolore, e che continuano a generare reazioni nel mondo sportivo e non solo.

Una vicenda ancora aperta nel mondo dello sci

La morte del giovane atleta, avvenuta durante un allenamento ufficiale della Nazionale di sci alpino, continua dunque a essere al centro di un dibattito che va oltre l’aspetto sportivo, toccando il rapporto tra atleti, tecnici e istituzioni.

Tra accuse, smentite e testimonianze familiari, il caso resta ancora oggi una ferita aperta che divide ricostruzioni e sensibilità, mentre la famiglia continua a chiedere chiarezza su quanto accaduto in quei giorni sulle piste cilene.

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