
Il caso Garlasco continua a far discutere non solo per i nuovi sviluppi investigativi su Andrea Sempio, ma anche per la diffusione massiccia di documenti riservati finiti online poche ore dopo la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini. A sollevare il tema è il giornalista Giovanni Maria Jacobazzi sulle pagine del Riformista, parlando apertamente di un “circo mediatico” che avrebbe ormai travolto le stesse garanzie previste dal sistema giudiziario.
Secondo quanto evidenziato nell’editoriale, la nota informativa finale dei carabinieri di Milano, composta da oltre 300 pagine, sarebbe diventata virale praticamente subito dopo la consegna degli atti alla difesa di Sempio. Documenti, chat, verbali e informative investigative avrebbero iniziato a circolare rapidamente su WhatsApp, social network e siti d’informazione, alimentando un enorme dibattito pubblico attorno al delitto di Chiara Poggi.
Le accuse sul rispetto delle garanzie
Jacobazzi sottolinea come la pubblicazione di atti coperti dal segreto investigativo sia ormai diventata una prassi consolidata ogni volta che un’inchiesta assume rilevanza mediatica. Il riferimento è anche a precedenti casi clamorosi, dalla fuga di atti dell’inchiesta Consip fino al cosiddetto Palamaragate.
Secondo il giornalista, nel caso Garlasco sarebbe stato superato perfino quel livello, con la diffusione integrale degli atti d’indagine immediatamente dopo la loro notifica. Una situazione che, secondo l’editoriale, rischierebbe di svuotare di significato le norme previste dal codice di procedura penale sulla riservatezza degli atti.
Il caso delle conversazioni tra Stasi e l’avvocato
Particolarmente delicata viene definita anche la diffusione online dell’audio delle conversazioni tra Alberto Stasi e il suo storico difensore, il professor Angelo Giarda.
Secondo Jacobazzi, la pubblicazione di colloqui tra imputato e avvocato solleverebbe una questione molto seria sul piano delle garanzie costituzionali e del diritto di difesa. Nel sistema italiano, infatti, le comunicazioni difensive godono di una tutela rafforzata e non dovrebbero diventare materiale mediatico.
Il punto, sottolinea l’editoriale, non riguarderebbe il contenuto delle conversazioni ma il principio stesso della riservatezza tra assistito e legale.
“La viralità più forte delle regole”
Nella parte finale dell’intervento viene chiesto di accertare chi abbia diffuso gli atti e le registrazioni, verificando eventuali responsabilità penali o disciplinari. Jacobazzi invoca inoltre la rimozione dei contenuti dalle piattaforme che li hanno pubblicati e un possibile intervento del Garante della privacy.
Secondo il giornalista, quando la viralità supera le regole, il rischio è che il processo mediatico finisca per sostituire quello giudiziario.


