
WASHINGTON – Decine di colpi esplosi davanti alla Casa Bianca, il panico tra giornalisti e agenti del Secret Service, la residenza presidenziale blindata per oltre un’ora. È finita con la morte del presunto attentatore la sparatoria avvenuta nella serata americana di sabato 23 maggio davanti al complesso presidenziale di Washington. L’uomo, identificato come il ventunenne Nasir Best, avrebbe aperto il fuoco contro una postazione di sicurezza nei pressi del Gate 17, sul lato ovest dell’edificio. Secondo le prime ricostruzioni, sarebbero stati esplosi circa trenta colpi prima della reazione degli agenti federali, che hanno risposto al fuoco neutralizzandolo. Una persona rimasta coinvolta nella sparatoria è stata ricoverata in gravi condizioni. All’interno della residenza presidenziale si sono vissuti momenti di forte tensione, con giornalisti e personale fatti rifugiare nella sala stampa mentre l’Fbi e le forze speciali circondavano l’area.
I precedenti e i messaggi contro Trump
Le autorità americane hanno confermato che il giovane era già noto ai servizi di sicurezza federali per precedenti episodi legati a problemi psichiatrici e comportamenti ossessivi nei confronti della Casa Bianca. Secondo quanto emerso nelle ore successive alla sparatoria, Best sosteneva di essere “Gesù Cristo”, “Dio” e perfino “il vero Osama bin Laden”. Nei suoi profili social avrebbe inoltre scritto di voler fare del male al presidente Donald Trump.
Già nel giugno del 2025 il ventunenne era stato fermato dopo aver bloccato una corsia d’accesso alla residenza presidenziale. In quell’occasione era stato sottoposto a una valutazione psichiatrica presso un istituto specializzato di Washington. Poche settimane dopo era stato nuovamente arrestato dopo aver tentato di entrare in un vialetto interno del complesso presidenziale. Un giudice aveva disposto nei suoi confronti un ordine restrittivo che gli vietava di avvicinarsi alla sede della presidenza americana.
Il panico dentro la residenza presidenziale
Al momento degli spari, Trump si trovava all’interno dello Studio Ovale. Lo stesso presidente aveva scritto poco prima sul social Truth di essere impegnato a lavorare a un possibile accordo sull’Iran. Dopo l’attacco, la Casa Bianca è stata immediatamente isolata mentre agenti armati e mezzi federali presidiavano tutta l’area.
La giornalista di Abc Selina Wang ha raccontato di aver sentito “decine di colpi” mentre stava registrando un video dal prato nord della residenza presidenziale. “Ci hanno detto di correre immediatamente nella sala stampa”, ha spiegato. Anche il direttore dell’Fbi Kash Patel ha confermato l’intervento federale, annunciando che gli investigatori stavano supportando il Secret Service nella gestione dell’emergenza.
Trump: “Serve l’area più sicura mai costruita”
L’episodio ha riacceso negli Stati Uniti il timore di nuovi attentati contro il presidente americano. Solo nelle ultime settimane si erano verificati altri due episodi inquietanti: una sparatoria durante la cena dei corrispondenti della Casa Bianca e il fermo di un uomo armato a poca distanza dalla residenza presidenziale.
A distanza di alcune ore dall’attacco, Trump ha ringraziato pubblicamente il Secret Service e le forze dell’ordine per il loro intervento, sostenendo che l’episodio dimostra “la necessità di garantire a Washington lo spazio più sicuro e protetto mai costruito”. Il presidente ha parlato di un uomo “ossessionato dalla Casa Bianca” e con precedenti problematici, tornando a chiedere un rafforzamento totale delle misure di sicurezza attorno al cuore del potere americano.


