
La Maremma perde una delle sue menti più brillanti, un uomo capace di guardare il cielo e raccontarlo con il linguaggio della poesia e della scienza. La notizia della sua scomparsa ha attraversato in poche ore il mondo accademico italiano e internazionale, lasciando un vuoto enorme tra studiosi, studenti e appassionati di astronomia. Un addio che colpisce non soltanto la comunità scientifica, ma anche chi aveva imparato ad ascoltare i misteri dell’universo attraverso le sue parole.
Nato tra le colline del Monte Amiata, aveva trasformato la passione per le stelle in una carriera straordinaria, diventando un punto di riferimento mondiale dell’astrofisica. Negli anni era riuscito a unire rigore scientifico e capacità divulgativa, conquistando generazioni di studenti e riempiendo teatri e sale conferenze con racconti sul cosmo, la materia oscura e il destino dell’universo. Fino all’ultimo è rimasto legato alla sua terra d’origine, che considerava parte fondamentale della sua identità.

A spegnersi a 82 anni è stato Massimo Capaccioli, astrofisico di fama internazionale, morto nella sua abitazione di Santa Maria Capua Vetere dopo una malattia fulminante. Accanto a lui, negli ultimi momenti, la figlia Barbara, docente all’università di Padova e musicista, e la compagna Rosanna Cioffi, docente universitaria in pensione. La sua scomparsa ha immediatamente suscitato commozione nel mondo culturale e scientifico italiano.
Originario di Montenero d’Orcia, frazione di Castel del Piano, Capaccioli aveva lasciato giovanissimo la Toscana per trasferirsi in Veneto e intraprendere gli studi universitari a Padova. Proprio lì iniziò una carriera destinata a renderlo uno degli studiosi italiani più stimati nel panorama internazionale. Negli anni successivi si trasferì a Napoli, dove consolidò il suo percorso accademico diventando una figura centrale dell’astronomia italiana.
Nonostante il successo mondiale, il legame con la Maremma non si era mai spezzato. A Grosseto vivevano le amate cugine Lucia e Paola Capaccioli, che oggi ricordano con emozione il genio precoce del giovane Massimo. “A sette anni mi insegnava già le stelle”, racconta Paola, ripensando alle estati trascorse insieme tra gli olivi di Montenero e le interminabili conversazioni sulla storia, il cielo e la musica.
Il talento di Capaccioli emerse fin da ragazzo. Vinse le Olimpiadi di matematica e comparve sulla Domenica del Corriere tra i migliori studenti italiani. Ma il suo genio non si fermava ai numeri: era anche storico, musicista e straordinario narratore. Amava la lirica, suonava il basso e negli ultimi giorni ascoltava il “Don Giovanni”, opera che il padre Anzio gli faceva cantare quando era bambino.
Nel corso della sua carriera, Massimo Capaccioli ha firmato studi fondamentali sulle galassie ellittiche e sulla distribuzione della materia oscura nell’universo. Laureato in Fisica a Padova nel 1969, collaborò in Texas con Gérard de Vaucouleurs, tra i più grandi astrofisici del Novecento. Dal 1993 al 2005 fu direttore dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte e nel 1995 ottenne la cattedra di Astronomia all’università Federico II di Napoli.
Il suo nome è legato anche a uno dei progetti astronomici più importanti del pianeta. Capaccioli contribuì infatti alla realizzazione dell’occhio del più potente telescopio del mondo, installato sul Cerro Paranal, nel deserto di Atacama in Cile. Un’opera che lo consacrò definitivamente tra i grandi protagonisti dell’astrofisica contemporanea e che ancora oggi rappresenta una pietra miliare nella ricerca scientifica internazionale.
La salma dello scienziato resterà esposta nella sua abitazione di Santa Maria Capua Vetere prima del ritorno definitivo a Montenero d’Orcia, il luogo che aveva sempre considerato casa. Castel del Piano gli aveva conferito la cittadinanza onoraria e lui stesso aveva dichiarato di dovere tutto alla sua terra. Ora quel cielo che da bambino osservava tra gli alberi del Monte Amiata continuerà a custodire il ricordo di uno dei più grandi geni italiani delle stelle.


