
L’adeguamento delle pensioni è uno dei momenti più attesi da milioni di italiani. In una fase segnata dall’aumento del costo della vita e dai rincari su beni essenziali, ogni possibile incremento dell’assegno previdenziale viene seguito con attenzione: per molti, anche pochi euro in più fanno la differenza.
Al centro di tutto c’è la perequazione automatica, il meccanismo che serve a difendere il potere d’acquisto delle pensioni adeguandole all’andamento dell’inflazione. È un aggiornamento annuale: i valori vengono calcolati sui dati Istat e l’Inps applica gli aumenti in automatico, senza che i pensionati debbano presentare domanda.
Come funziona la perequazione e perché conta
L’obiettivo della rivalutazione è semplice: evitare che l’inflazione “mangi” l’importo mensile dell’assegno. Per questo l’indice di riferimento è l’andamento dei prezzi, misurato dall’Istat, che poi viene tradotto in percentuali da applicare alle pensioni.
In questo scenario, le prime proiezioni indicano che l’aggiornamento successivo potrebbe risultare più favorevole rispetto a quello del 2026. Le simulazioni citate da Brocardi.it si basano sul Documento di Finanza Pubblica del governo, che per il 2026 stima un’inflazione media al 2,8%. Se questo dato venisse confermato, gli assegni potrebbero crescere più dell’1,4% riconosciuto l’anno precedente.
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Le stime sull’inflazione e l’effetto sugli assegni
Un aumento più consistente sarebbe particolarmente importante per chi percepisce pensioni medio-basse, la fascia che tende a risentire di più degli aumenti su alimentari, energia e servizi. Ed è proprio per questa ragione che il sistema di rivalutazione continua a privilegiare, in proporzione, gli assegni più contenuti.
Il passaggio chiave, però, è temporale: la nuova rivalutazione dovrebbe scattare da gennaio 2027. Come accade ogni anno, l’Inps adeguerà gli importi nei cedolini di gennaio, applicando l’indice Foi al netto dei tabacchi elaborato dall’Istat.

Chi prende la rivalutazione piena e chi no
La rivalutazione delle pensioni non sarà uguale per tutti. Gli assegni fino a circa 2.447 euro lordi mensili (pari a quattro volte il trattamento minimo Inps) dovrebbero ottenere la rivalutazione piena.
Per le pensioni sopra quella soglia, invece, l’aumento viene progressivamente ridotto sulla quota eccedente: un sistema pensato per garantire una tutela più forte ai redditi più bassi, contenendo l’incremento per gli importi più elevati.

Quanto può aumentare la pensione minima e l’assegno sociale
Ipotizzando un tasso di rivalutazione al 2,8%, non sarebbero coinvolte solo le pensioni “ordinarie”: anche diverse prestazioni assistenziali registrerebbero un incremento.
Secondo queste simulazioni, la pensione minima potrebbe salire dagli attuali 611,85 euro a circa 628,98 euro al mese. L’assegno sociale, invece, passerebbe da 546,24 euro a circa 561,54 euro mensili. Previsti aumenti anche per le pensioni di invalidità civile, per le prestazioni destinate ai non vedenti e per i limiti reddituali utili ad accedere ad alcune misure assistenziali.
Quando arrivano gli importi definitivi
Per conoscere le cifre definitive, però, bisognerà attendere la chiusura del 2026. Solo dopo la pubblicazione dei dati ufficiali sull’inflazione e l’emanazione del decreto del Ministero dell’Economia verranno fissate le percentuali finali che l’Inps applicherà agli assegni pensionistici.
Nel frattempo, l’unica certezza è la cornice: adeguamento automatico, calcolo basato sui dati Istat e differenziazione degli aumenti in base all’importo dell’assegno, con un’attenzione particolare alle pensioni più basse.


