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Garlasco, Roberta Bruzzone: “Chiara Poggi uccisa con ferocia. C’era una relazione tra vittima e assassino”

Pubblicato: 27/06/2026 12:15

Il delitto di Garlasco, avvenuto nell’agosto del 2007, continua a occupare un posto centrale nella cronaca nera italiana e nelle analisi degli esperti di scienze forensi. Recentemente, durante una puntata del programma televisivo Quarto Grado, la nota criminologa Roberta Bruzzone è tornata a esaminare le modalità con cui è stata strappata alla vita la giovane Chiara Poggi. La sua attenzione si è focalizzata in modo particolare sugli elementi strutturali della scena del crimine e su ciò che le ferite della vittima possono raccontare dal punto di vista psicologico e investigativo. Attraverso una lettura approfondita delle evidenze fisiche, la criminologa ha delineato un quadro preciso sulla natura dell’aggressione, offrendo nuovi spunti di riflessione su uno dei casi più complessi e discussi degli ultimi vent’anni.

La furia distruttiva sul volto della vittima

L’analisi tecnica condotta da Roberta Bruzzone mette in evidenza come l’azione omicidiaria non sia stata un semplice atto meccanico, ma si sia configurata come un evento caratterizzato da un altissimo coefficiente emotivo. Secondo la criminologa, chi ha colpito Chiara Poggi lo ha fatto spinto da una rabbia feroce e incontrollabile, che si è tradotta in un vero e proprio accanimento. Questo accanimento si è concentrato quasi interamente su un’area del corpo che possiede un fortissimo valore simbolico, ovvero il capo e il volto della ragazza. Nei delitti in cui si riscontra una simile devastazione dei tratti somatici della vittima, la scienza criminologica rileva quasi sempre la volontà dell’assassino di cancellare l’identità della persona colpita, un comportamento che si associa in modo quasi automatico a impulsi personali estremamente violenti.

Il legame profondo tra autore e vittima

Proprio la specificità delle lesioni riscontrate sul corpo di Chiara Poggi permette di effettuare deduzioni significative sul tipo di relazione esistente tra l’assassino e la vittima. Roberta Bruzzone ha spiegato che questo genere di violenza mirata ed esasperata depone in modo standard per un coinvolgimento diretto e personale. In ambito investigativo, l’ipotesi prevalente di fronte a scene del crimine simili è che tra i due soggetti vi fosse una relazione significativa, di natura affettiva o comunque caratterizzata da una stretta vicinanza interpersonale. L’assassino non ha agito con la freddezza distaccata di uno sconosciuto o di un rapinatore occasionale, ma ha riversato sulla vittima un carico di risentimento accumulato nel tempo, un elemento che stringe inevitabilmente il cerchio attorno alla cerchia degli affetti o delle conoscenze intime della giovane.

Il valore scientifico dell’accanimento nell’indagine

Dal punto di vista prettamente investigativo, l’individuazione di una forte carica emotiva sul cadavere rappresenta un indicatore prezioso, anche se necessita di precise cautele. Roberta Bruzzone ha tenuto a precisare che la scelta di infierire sulla testa non costituisce mai un elemento casuale, bensì una traccia psicologica lasciata sul campo dal colpevole. Tuttavia, l’esperta ha anche sottolineato che questa chiave di lettura scientifica, pur essendo fondamentale per orientare le indagini, non rappresenta una prova schiacciante o un dato oggettivo capace di identificare scientificamente il colpevole. Si tratta invece di un prezioso indicatore di contesto, uno strumento logico che permette agli inquirenti di decifrare l’ambiente psicologico e sociale in cui è maturato il delitto di Garlasco, aiutando a escludere le piste meno probabili e a concentrare gli sforzi investigativi verso la giusta direzione.

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