
NAPOLI – Nell’estate del 1972, in una piccola stanza del Vomero, un ragazzo di poco più di vent’anni, Patrizio Trampetti, mette nero su bianco alcuni versi destinati a entrare nella storia della musica italiana. Oltre mezzo secolo dopo, quelle parole tornano al centro dell’attenzione grazie al libro Un giorno credi: Patrizio Trampetti e la vera storia dell’inno di una generazione che voleva cominciare da zero, pubblicato da Jack Edizioni e firmato da Luca Maurelli. Il volume, a metà strada tra biografia musicale e saggio storico-culturale, ripercorre la nascita di uno dei brani simbolo degli anni Settanta, portato al successo da Edoardo Bennato nell’album d’esordio Non farti cadere le braccia e diventato negli anni un autentico manifesto esistenziale. Attraverso la figura di Trampetti, autore del testo, musicista e componente della Nuova Compagnia di Canto Popolare, Maurelli ricostruisce anche il clima culturale e sociale nel quale quella canzone prese forma.
Il significato del “falso incidente”
Uno dei passaggi più celebri del brano è il riferimento al “falso incidente”, una metafora che ha sempre alimentato interpretazioni diverse. Secondo Maurelli, probabilmente nemmeno lo stesso Trampetti sa con certezza quale esperienza abbia ispirato quei versi. Nel corso degli anni l’autore ha ricondotto quella frase a una delusione sentimentale vissuta in gioventù, quando la ragazza di cui era innamorato lasciò Napoli per trasferirsi al Nord. In quel momento immaginò che un giorno avrebbe raccontato quel dolore come spiegazione di una vita andata diversamente da come aveva sognato. Nel libro, però, il significato diventa ancora più universale: il “falso incidente” rappresenta l’alibi che ciascuno costruisce per giustificare le scelte che lo hanno allontanato dalla propria autentica vocazione. Lo stesso Trampetti, osserva Maurelli, avrebbe voluto dedicarsi al rock, ma l’incontro con i fratelli Bennato e con Roberto De Simone lo portò nella Nuova Compagnia di Canto Popolare, indirizzandolo verso la musica tradizionale. È questa, secondo l’autore, la vera deviazione che ha cambiato il suo percorso artistico.
Una canzone che superò le divisioni politiche
Pur non essendo una canzone politica, “Un giorno credi” riuscì a diventare la colonna sonora di un’epoca attraversata da profonde contrapposizioni ideologiche. Maurelli ricorda che Trampetti era vicino alla sinistra e si esibiva alle Feste dell’Unità, pur vivendo nel quartiere borghese del Vomero, in una Napoli segnata dagli opposti estremismi. Eppure il testo non parla di partiti né di ideologie. Racconta invece le speranze, le paure e le illusioni di ragazzi che cercavano di costruire il proprio futuro e che intuivano già la possibilità della delusione. È proprio questa capacità di parlare all’esperienza umana, più che allo schieramento politico, ad aver trasformato il brano in un inno generazionale condiviso anche da giovani con idee completamente diverse. In un’epoca senza social network, erano le parole delle canzoni a diventare patrimonio comune, accompagnando il dibattito culturale e le emozioni di un’intera generazione. Un tema che, osserva Maurelli, è tornato recentemente al centro dell’attenzione anche dopo le riflessioni di Francesco De Gregori sul ruolo pubblico degli artisti.
Dal 1972 ai ragazzi di oggi
Il sottotitolo del libro parla di una generazione che “voleva cominciare da zero”, ma per Maurelli il confronto con i giovani di oggi racconta una realtà diversa. L’autore, padre di una ragazza di quattordici anni, sostiene che gli adolescenti contemporanei siano altrettanto idealisti, intelligenti, sensibili e ricchi di speranza rispetto ai loro coetanei degli anni Settanta. La differenza è che non sentono più di dover ricostruire tutto da capo. Al contrario, hanno l’ambizione di partire “almeno da tre”, citando una celebre battuta di Massimo Troisi. Sono più fiduciosi nelle famiglie, negli insegnanti e nelle amicizie rispetto alla generazione post-sessantottina, ma allo stesso tempo risultano meno autonomi nel costruire il proprio percorso. Cercano punti di riferimento e, quando questi vengono meno, finiscono più facilmente per andare incontro a frustrazioni e delusioni. Chi è cresciuto negli anni Settanta, invece, si è formato con maggiore indipendenza, nella convinzione di poter contare molto meno sull’aiuto degli adulti.
La scelta della coerenza e la nascita di un classico
Nel volume emerge anche il ritratto di Patrizio Trampetti come artista che ha sempre privilegiato la coerenza alla ricerca del successo commerciale. Maurelli lo descrive come un musicista umile, poco incline all’autocelebrazione, che non ha mai rinunciato alla sperimentazione. Diversamente da Edoardo Bennato, definito un genio capace anche di percorrere strade più popolari, Trampetti è rimasto fedele al proprio percorso artistico e ancora oggi, superati i settant’anni, continua a esibirsi con successo nel suo ambito musicale, mentre le radio continuano a trasmettere “Un giorno credi” e “Feste di piazza”, altro storico frutto della collaborazione con Bennato.
La nascita della canzone fu il risultato dell’incontro tra personalità artistiche molto diverse. Nel 1972 Trampetti ed Edoardo Bennato prendevano entrambi lezioni di chitarra dal maestro Eduardo Caliendo. Bennato non aveva ancora trovato il successo e fu proprio Trampetti a proporgli il brano. I due partirono quindi per Milano, dove lo registrarono negli storici studi Ricordi di via dei Cinquecento insieme a Roberto De Simone e ad alcuni orchestrali del Teatro alla Scala. Fu proprio De Simone a costruire quasi d’istinto l’arrangiamento destinato a rendere immortale il pezzo, compreso il celebre intervento del trombino barocco nel finale, suggerito dagli stessi Trampetti e Bennato ricordando l’effetto utilizzato dai Beatles in Penny Lane.
Napoli e una tradizione che continua
Secondo Maurelli, l’eredità di quella stagione non si è mai interrotta. La tradizione musicale napoletana, spiega, nasce già nel primo dopoguerra, attraversa gli anni della Nuova Compagnia di Canto Popolare e di Edoardo Bennato, si rinnova con il talento di Pino Daniele e arriva fino al fenomeno Geolier, artista che lo scrittore ammette di non comprendere pienamente ma che, forse, tra vent’anni verrà considerato un poeta. La conclusione è affidata a una riflessione sul rapporto tra Napoli e la musica: una città che continua a reinventarsi sul piano artistico e culturale molto più di quanto riesca a fare sul terreno sociale ed economico, dimostrando una straordinaria capacità di dare continuamente vita a nuove stagioni creative.


