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Mario Adinolfi parla dai domiciliari: “Sono innocente, vivo da monaco. Vogliono vedermi nel fango”

Pubblicato: 09/07/2026 10:02

Ci sono momenti in cui un’indagine giudiziaria esce dalle aule dei tribunali e finisce inevitabilmente al centro del dibattito pubblico. Quando la vicenda coinvolge un personaggio noto della politica e del giornalismo, ogni sviluppo viene seguito con particolare attenzione e ogni dichiarazione diventa parte di un confronto che si svolge parallelamente sul piano giudiziario e su quello mediatico. In questi casi, le parole degli indagati assumono un peso rilevante, soprattutto quando arrivano nelle ore immediatamente successive all’esecuzione di una misura cautelare.

È in questo contesto che si inseriscono le prese di posizione affidate ai propri legali o diffuse attraverso comunicati ufficiali. Si tratta di documenti con cui gli interessati espongono la propria versione dei fatti, ribadiscono la fiducia nella magistratura e illustrano le iniziative difensive che intendono intraprendere. Saranno poi gli accertamenti e il successivo iter processuale a chiarire le responsabilità contestate.
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La lettera dopo gli arresti domiciliari

Con una lunga lettera diffusa tramite il suo avvocato Riccardo Di Lorenzo ai contatti giornalistici del Popolo della Famiglia, Mario Adinolfi ha scelto di intervenire pubblicamente dopo la misura degli arresti domiciliari eseguita nei suoi confronti.

Il leader del Popolo della Famiglia, coinvolto nell’inchiesta relativa alla cosiddetta “scommessa collettiva”, apre il messaggio ringraziando amici e alcuni avversari politici per le manifestazioni di solidarietà ricevute.

Nel documento, Adinolfi sostiene di vivere questa fase «con la serenità» che gli deriva dalla fede e definisce la vicenda «surreale», parlando di una grave ingiustizia subita da lui e dalla sua famiglia. Nella lettera richiama anche un riferimento biblico, scrivendo che «Dio quando vuole mostrare la regalità di Davide non gli manda una corona, gli manda Golia».

La proclamazione di innocenza

Il passaggio centrale della lettera è rappresentato dalla netta proclamazione della propria estraneità alle accuse. Mario Adinolfi afferma infatti di essere «totalmente innocente», sostenendo di essere pronto ad affrontare quella che definisce una campagna costruita per danneggiare la sua immagine.

Nel documento critica inoltre quella che ritiene una violazione del segreto istruttorio, lamentando la diffusione ai mezzi di informazione di dettagli contenuti negli atti dell’indagine.

Adinolfi si sofferma anche sulla misura cautelare applicata nei suoi confronti, facendo riferimento al braccialetto elettronico, e contesta il modo in cui la vicenda è stata raccontata da parte dei mezzi di informazione, sostenendo che in diversi casi gli sarebbe stata attribuita una responsabilità senza l’utilizzo del condizionale.

Nel testo rivolge inoltre critiche alla trasmissione Le Iene, indicando il programma televisivo come uno degli elementi che, a suo giudizio, avrebbero contribuito alla dimensione mediatica della vicenda.

Le precisazioni sulle scommesse e sul patrimonio

Nella lettera il giornalista e politico non nega di praticare il gioco d’azzardo da molti anni e conferma di partecipare frequentemente a scommesse collettive, precisando però di non avere mai sollecitato altre persone a prendervi parte.

Secondo quanto sostiene, alcuni partecipanti avrebbero ottenuto guadagni mentre altri avrebbero registrato perdite, circostanza che definisce fisiologica nell’ambito delle scommesse. Allo stesso tempo ribadisce di non essersi mai arricchito a spese di altre persone.

Adinolfi respinge inoltre le ricostruzioni che gli attribuirebbero l’acquisto di orologi di lusso, quadri, imbarcazioni, lingotti d’oro o viaggi alle Maldive e in Egitto, sostenendo che tali affermazioni sarebbero facilmente verificabili e non corrisponderebbero alla realtà.

Il ricorso al Tribunale del Riesame

Nel documento viene affrontato anche il tema della perquisizione eseguita dalla Guardia di Finanza. Adinolfi afferma che, al termine delle operazioni durate 14 ore, sarebbero stati sequestrati soltanto due fogli di carta e un bancomat, sostenendo che ciò dimostrerebbe l’assenza dei beni di lusso citati in alcune ricostruzioni giornalistiche.

Il leader del Popolo della Famiglia descrive il proprio stile di vita come particolarmente sobrio, dichiarando di vivere «da monaco, senza vizi» e di vestirsi abitualmente con pantaloncini e t-shirt.

Infine annuncia che il proprio legale presenterà un’istanza al Tribunale del Riesame, ritenendo insussistenti le esigenze cautelari legate al rischio di reiterazione del presunto reato, all’inquinamento delle prove e al pericolo di fuga.

La lettera si conclude con un ulteriore richiamo alla fede cristiana, ribadendo la convinzione di poter affrontare la vicenda con serenità e affidando il giudizio finale a quella che definisce la giustizia di Dio. Le affermazioni contenute nel documento rappresentano la posizione espressa da Mario Adinolfi, mentre l’inchiesta giudiziaria prosegue secondo il suo iter.

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