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Caso ricina, le parole del padre sulla figlia dopo la morte: “Scioccante”

Pubblicato: 15/07/2026 17:46

Nuovi dettagli emergono dall’inchiesta sulla morte di Antonella Di Iersi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15 anni, decedute dopo un’avvelenamento da ricina a Pietracatella, in provincia di Campobasso. Le oltre 830 pagine della relazione autoptica, firmata dal medico legale Benedetta Pia De Luca su incarico della Procura di Larino, ricostruiscono le ultime ore delle due vittime e raccolgono le testimonianze dei familiari e delle persone a loro vicine.

L’indagine della Procura, coordinata dalla procuratrice Elvira Antonelli, procede per duplice omicidio volontario premeditato.

Il racconto dell’infermiere: “Gianni era disperato”

Tra gli atti compare anche la testimonianza di Giampiero Mastrogiorgio, infermiere e amico di famiglia, che ricorda i momenti successivi alla morte della quindicenne all’ospedale Cardarelli di Campobasso.

«Gianni? I medici gli avevano appena detto che sua figlia era morta e lui era disperato, piangeva in Rianimazione. L’ho portato fuori per farlo respirare. Continuava a chiedersi se avesse fatto tutto il possibile per aiutare Sara. L’ho tranquillizzato e poi siamo rientrati», racconta.

La ricina ingerita tra il 23 e il 24 dicembre

Secondo la consulenza medico-legale, la ricina sarebbe stata assunta per via orale, probabilmente attraverso un alimento o una bevanda.

L’ingestione, secondo gli esperti, sarebbe avvenuta tra il 23 e il 24 dicembre, mentre i primi sintomi si sono manifestati la mattina di Natale.

Gli investigatori stanno cercando di capire in quale occasione il veleno sia stato introdotto e da chi.

Le testimonianze della famiglia

Negli atti figurano anche i verbali del marito Gianni Di Vita e della figlia maggiore Alice, raccolti quando l’indagine era inizialmente concentrata sull’operato dei sanitari che avevano visitato Antonella e Sara.

Gianni, commercialista ed ex sindaco di Pietracatella, ha raccontato di aver accusato a sua volta malesseri nei giorni di Natale.

«Quando ho accompagnato Sara in ospedale mi sono fatto visitare anch’io, perché avevo iniziato ad avere conati e mi sentivo male», ha dichiarato.

Successivamente, però, gli esami effettuati allo Spallanzani di Roma, dove era stato ricoverato insieme alla figlia Alice a scopo precauzionale, hanno escluso la presenza di ricina nel suo organismo.

Secondo gli investigatori, sarà necessario comprendere se tale risultato dipenda dalla rapida degradazione della tossina o da altri fattori ancora da accertare.

I pasti sotto la lente degli investigatori

Gran parte dell’inchiesta ruota attorno agli alimenti consumati nei giorni precedenti ai decessi.

Alice ha ricostruito nel dettaglio i pasti della famiglia.

Ha riferito che il 23 dicembre a pranzo aveva preparato una pasta al pomodoro consumata insieme al padre e alla sorella Sara, mentre per la cena non era presente in casa e non sa cosa abbiano mangiato i familiari.

Il 24 dicembre ha pranzato dagli zii materni e cenato dalla nonna paterna, dove sono stati serviti, tra gli altri piatti, polpette di tonno, antipasti al salmone, pesce e dolci natalizi, precisando che molte delle pietanze erano state assaggiate da tutti i presenti.

La mattina di Natale Antonella e Sara hanno iniziato ad accusare i primi sintomi, mentre il 27 dicembre le loro condizioni sono precipitate.

Gli accertamenti in Germania

Per chiarire le modalità dell’avvelenamento, la Procura si è affidata agli esperti del Robert Koch Institute di Berlino, considerati tra i principali specialisti europei nello studio della ricina.

Nei primi giorni di agosto è previsto un sopralluogo nell’abitazione della famiglia Di Vita, dove saranno utilizzate tecnologie avanzate per cercare eventuali tracce della tossina su mobili, superfici e indumenti.

Il ruolo dei medici

Nella relazione vengono evidenziati anche possibili profili di responsabilità nell’assistenza sanitaria prestata ad Antonella e Sara.

Secondo il medico legale, considerate le condizioni cliniche delle due pazienti, sarebbe stato opportuno un ricovero in osservazione.

Tuttavia, la stessa consulenza precisa che non è possibile affermare con certezza che una diversa gestione sanitaria avrebbe evitato i due decessi, ritenendo che la quantità di ricina ingerita fosse tale da rendere verosimilmente inefficace qualsiasi intervento terapeutico.

Per gli inquirenti, gli esiti del prossimo sopralluogo e delle analisi scientifiche saranno determinanti per chiarire le modalità dell’avvelenamento e individuare l’eventuale responsabile del duplice omicidio.

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