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Il caso Adani: quando la telecronaca diventa tifo e il calcio passa in secondo piano

Pubblicato: 15/07/2026 23:52

Ci sono telecronache che accompagnano una partita e altre che finiscono per diventare esse stesse la partita. In Inghilterra-Argentina, semifinale dei Mondiali, il protagonista fuori dal campo è stato ancora una volta Lele Adani, con uno stile che divide da anni il pubblico: per alcuni appassionato e coinvolgente, per altri eccessivo, poco equilibrato e distante dal ruolo richiesto a un commentatore tecnico.

Il problema non è l’emozione, che nel calcio è parte integrante dello spettacolo. Un telecronista può certamente lasciarsi trasportare da un gol, raccontare un momento storico, sottolineare un gesto tecnico. Il confine però arriva quando l’entusiasmo supera l’analisi e quando chi dovrebbe spiegare ciò che accade in campo sembra trasformarsi nel primo tifoso della squadra che sta raccontando.

Nel corso della sfida tra Inghilterra e Argentina, la sensazione lasciata a molti spettatori è stata quella di una narrazione fortemente orientata verso la nazionale sudamericana. Ogni giocata dell’Argentina sembrava caricata di significati epici, ogni difficoltà degli inglesi veniva inserita dentro un racconto più grande, quasi fosse una sfida tra filosofie calcistiche e non semplicemente una semifinale mondiale.

Il calcio è anche emozione, ma una telecronaca della televisione pubblica dovrebbe mantenere un equilibrio maggiore. Il commentatore tecnico non è chiamato a nascondere la propria personalità, ma dovrebbe soprattutto aiutare lo spettatore a capire la partita, non a suggerirgli quale emozione provare.

La retorica al posto dell’analisi

Il limite dello stile di Adani, secondo molti critici, è proprio questo: la continua ricerca della frase ad effetto, della celebrazione, del momento da trasformare in racconto epico. Una modalità già emersa nelle precedenti partite dell’Argentina, dove il commentatore Rai aveva fatto discutere per il livello di partecipazione emotiva mostrato durante le giocate dell’Albiceleste.

Il rischio è che la partita venga messa in secondo piano. Un recupero diventa una “resistenza eroica”, un passaggio diventa una “lezione di calcio”, una giocata individuale diventa una pagina di storia ancora prima che il match sia finito. Il risultato è una telecronaca molto personale, ma meno utile per chi cerca un racconto equilibrato.

Il problema non è amare il calcio argentino o apprezzare determinati giocatori. Il problema nasce quando questa preferenza diventa così evidente da influenzare il modo di raccontare gli eventi. In una semifinale mondiale, soprattutto, il pubblico si aspetta competenza, ritmo e passione, ma anche una certa distanza.

Le reazioni sui social: “telecronaca di parte”

Le critiche sono arrivate anche sui social, dove diversi utenti hanno contestato il tono della telecronaca. Alcuni hanno parlato di una conduzione troppo schierata, altri hanno criticato il volume eccessivo e le continue urla, sostenendo che il racconto della partita fosse diventato più uno spettacolo personale che un servizio al pubblico.

Tra i commenti circolati su X, alcuni spettatori hanno definito la telecronaca “imbarazzante”, accusandola di trasformare il servizio pubblico in un racconto troppo emotivo e poco imparziale. Altri hanno scritto che la Rai avrebbe dovuto scegliere una voce più adatta per una sfida così importante, lamentando una presenza considerata troppo ingombrante rispetto alla partita stessa.

Il punto centrale della discussione non riguarda quindi il diritto di un commentatore a essere passionale, ma il confine tra passione e tifo, tra coinvolgimento e perdita di equilibrio. Una grande telecronaca dovrebbe far vivere la partita senza diventare più importante della partita stessa. E quando il pubblico finisce per discutere più del telecronista che dei novanta minuti giocati in campo, forse quel confine è stato superato.

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