
Emergono nuovi elementi sulla vicenda di Abderrahim Fakir, l’uomo al centro dell’inchiesta della Procura di Bologna, che punta a fare piena luce sulle circostanze della sua morte. Dalla ricostruzione degli ultimi mesi della sua vita emerge un quadro di disagio psicologico e di richieste di aiuto che, secondo quanto riferito dal legale della famiglia, non avrebbero trovato un percorso di presa in carico da parte dei servizi psichiatrici ospedalieri.
Pur non risultando seguito dal sistema di assistenza psichiatrica, Fakir si era infatti rivolto a una struttura sanitaria poche settimane prima della sua morte. Un episodio che oggi assume un peso particolare nell’ambito delle verifiche avviate dagli inquirenti, chiamati a ricostruire non solo gli ultimi momenti della vittima, ma anche il suo stato di salute e gli eventuali interventi che avrebbero potuto essere attivati.
Leggi anche: Fakir, spunta la verità atroce dall’autopsia: “È morto così”
La richiesta di aiuto al pronto soccorso
Uno dei passaggi su cui si concentra l’attenzione riguarda il ricovero al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna del 20 giugno. Fakir era arrivato in ambulanza dopo un gesto autolesionistico al polso. Nella documentazione sanitaria la motivazione dell’accesso veniva indicata come «Psichiatrica – preoccupazione per il benessere del paziente».
Secondo quanto riferito dall’avvocato dei familiari, Fabio Anselmo, quello rappresentò un chiaro tentativo di ottenere assistenza. «Non stava bene e chiedeva aiuto, cercava di essere curato», ha osservato il legale.
In quell’occasione, inoltre, Fakir avrebbe raccontato di soffrire di depressione e avrebbe chiesto espressamente di poter parlare con uno psichiatra. Nonostante questo, il suo nome non sarebbe successivamente entrato tra quelli presi in carico dai servizi psichiatrici ospedalieri.

Lo stato confusionale e le difficoltà personali
Un altro episodio risale al 12 giugno, quando Fakir venne segnalato a Castello d’Argile dopo essere stato trovato disorientato all’interno di un condominio, dove era entrato per errore dopo aver sbagliato la fermata dell’autobus.
A ricordare quell’episodio è stato il sindaco Alessandro Enriquez, che ha descritto le condizioni dell’uomo.
«Era in stato confusionale ma non aggressivo. Gli ho parlato e gli ho offerto un aiuto cercando di capire cosa stesse cercando», ha spiegato.
In quella circostanza Fakir rifiutò il ricovero proposto dal personale del 118 e, di conseguenza, non entrò nel percorso del Centro di salute mentale.
Alla sua condizione psicologica si sarebbero aggiunte anche le difficoltà personali e lavorative. Tra i problemi affrontati figuravano la crisi della propria attività e il mancato rinnovo del permesso di soggiorno, provvedimento contro il quale aveva presentato ricorso alla Protezione internazionale.
Il ricordo della famiglia
Nei giorni successivi alla morte, la famiglia ha deciso di diffondere un video per ricordare la figura di Abderrahim Fakir e contrastare quella che considera una ricostruzione parziale della sua vita.
La nipote Yossa Fakir lo ha descritto come «un lavoratore, un uomo che con impegno, sacrifici e dedizione aveva costruito il suo percorso, la sua cooperativa e la sua vita. Era una persona buona, un uomo con valori, con rispetto e con dignità. Era uno di quelli che lavorava e che non dava fastidio a nessuno, che aiutava gli altri senza chiedere nulla in cambio».
La giovane ha inoltre rivolto un appello affinché la vicenda non venga trasformata in uno scontro politico.
«In questi giorni si stanno dicendo tante cose sulla sua vita privata e su quello che è successo. Ma oggi non sono qui per fare polemiche, non sono qui per alimentare odio e non mi interessa la politica. Sono qui per raccontare chi era davvero», ha dichiarato.
Nel suo intervento ha poi aggiunto: «Questa non è una storia da archiviare, non è un numero, non è qualcosa che si può dimenticare domani. È una vita, è una persona, è un uomo che ha lasciato un segno profondo in chi ha avuto la fortuna di conoscerlo. Oggi non permettiamo che venga ricordato solo per quello che è accaduto. Non permettiamo che il suo nome venga sporcato».

L’autopsia e l’inchiesta della Procura
Sul piano giudiziario proseguono intanto gli accertamenti disposti dalla Procura di Bologna, che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. L’obiettivo dell’inchiesta è chiarire le condizioni di salute della vittima, ricostruire le cause del forte stato di alterazione manifestato la mattina dei fatti e verificare l’eventuale presenza di negligenze sul piano sanitario oppure di un uso eccessivo della forza durante l’intervento della polizia.
Nella giornata di oggi è in programma l’autopsia, affidata a un collegio di specialisti del quale fanno parte anche Cristina Basso, già perita nel procedimento relativo alla morte del calciatore Davide Astori, e Valentina Bugelli, incaricata in passato degli accertamenti nel caso Chiara Petrolini.
Gli esiti dell’esame autoptico rappresentano uno dei passaggi centrali dell’indagine e dovranno contribuire a chiarire gli aspetti ancora irrisolti di una vicenda sulla quale la magistratura intende fare piena luce.


