
Ci sono giocatori che lasciano il segno con i trofei e altri che diventano simboli di un’epoca. Franco Baresi appartiene a entrambe le categorie. Capitano del Milan e colonna della Nazionale, ha attraversato oltre vent’anni di calcio ai massimi livelli, vivendo successi, delusioni e sfide che ne hanno forgiato il carattere. Dall’esordio in Serie A alle vittorie europee, passando per il Mondiale del 1994, la sua carriera è stata scandita da momenti destinati a entrare nella storia del calcio.
L’esordio con Liedholm e la crescita nel Milan
Il debutto in Serie A arriva il 23 aprile 1978 contro il Verona. Nils Liedholm, allora allenatore del Milan, decide di schierare il giovane difensore nel ruolo di libero. La prestazione convince tutti, ma negli spogliatoi è Nereo Rocco a riportarlo subito con i piedi per terra con una delle sue celebri battute. È l’inizio di un percorso che lo porterà rapidamente a conquistare un posto da titolare, a vincere lo scudetto della Stella nel 1979 e a entrare nel giro della Nazionale.
La malattia, la Serie B e il Mondiale del 1982
La carriera di Baresi subisce una brusca frenata nella stagione 1981-1982, quando una grave infezione lo costringe a un lungo stop. Il difensore racconterà in seguito quanto fosse stato difficile passare dal campo alla sedia a rotelle durante il periodo della malattia. Nello stesso anno il Milan retrocede in Serie B, ma il commissario tecnico Enzo Bearzot continua a credere nelle sue qualità e lo porta comunque ai Mondiali di Spagna, conclusi con il trionfo dell’Italia. Anche senza scendere in campo, Baresi entra a far parte del gruppo campione del mondo.
L’esordio in Nazionale e la rivoluzione di Sacchi
La prima presenza con la maglia azzurra arriva nel dicembre 1982 contro la Romania. Nei primi anni il suo spazio è limitato dalla presenza di Gaetano Scirea, ma con l’arrivo di Azeglio Vicini diventa il punto di riferimento della difesa della Nazionale.
La svolta decisiva arriva però nell’estate del 1987 con l’ingaggio di Arrigo Sacchi sulla panchina del Milan. Il nuovo allenatore introduce una rivoluzione tattica fatta di pressing alto, difesa in linea e fuorigioco sistematico. Baresi diventa il leader di quel progetto e il principale interprete di un modo completamente nuovo di difendere, destinato a influenzare il calcio europeo.
I trionfi con il Milan e il peso del capitano
Con Sacchi prima e Fabio Capello poi, Baresi guida uno dei cicli più vincenti della storia del Milan. Nel 1989 alza la Coppa dei Campioni dopo il 4-0 contro la Steaua Bucarest nella finale di Barcellona, mentre negli anni successivi contribuisce alla conquista di altri scudetti e trofei internazionali.
Quando Capello prende il posto di Sacchi nel 1991 valuta alcune modifiche tattiche, ma è proprio Baresi a suggerire di mantenere la struttura che aveva reso il Milan dominante, limitando soltanto alcuni meccanismi di pressing. La scelta si rivela vincente e apre un nuovo ciclo di successi.
La leadership anche fuori dal campo
Il carisma di Baresi emerge anche nei momenti in cui non può giocare. Prima della finale di Champions League del 1994 contro il Barcellona, pur indisponibile, riunisce i compagni nello spogliatoio e indica come affrontare gli avversari. Paolo Maldini ricorderà quel discorso come uno dei momenti più significativi della storia del gruppo rossonero. Poche ore dopo il Milan travolge il Barcellona 4-0 e conquista la Champions League.
Pasadena e il rigore che non cancella una leggenda
L’episodio più doloroso della carriera di Baresi arriva pochi mesi dopo, nella finale dei Mondiali del 1994 contro il Brasile. Reduce da un intervento al menisco, recupera in tempi record e disputa una partita straordinaria, guidando la difesa azzurra contro Romario e Bebeto.
La sfida si decide ai calci di rigore. Da capitano sceglie di presentarsi per primo sul dischetto, ma il pallone termina sopra la traversa. Dopo gli errori di Massaro e Roberto Baggio, il Brasile conquista il titolo mondiale. Le immagini di Baresi in lacrime al termine della partita sono entrate nella storia dello sport italiano e rappresentano il simbolo di un campione che non ha mai smesso di assumersi le proprie responsabilità, anche nei momenti più difficili.


