Vai al contenuto

Capotreno ucciso, follia in tribunale: sputi, calci e pugni durante l’udienza, caos totale

Pubblicato: 23/09/2026 15:33

L’aula della Corte d’Assise si è trasformata in un teatro di pura follia quando Marin Jelenic, imputato per l’omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio, ha scatenato la sua furia cieca. Rinchiuso nella gabbia di vetro, il trentaseienne ha iniziato a colpire la struttura con calci e pugni, urlando invettive e insulti volgari all’indirizzo della propria legale in uno show d’impatto.

Tra le urla e il caos, l’uomo ha bollato la vicenda come un vero e proprio processo politico, lanciando accuse pesanti e definendo la giustizia italiana come un sistema indegno e mafioso. Di fronte all’escalation di aggressività, il presidente della Corte ha dovuto ordinare l’immediato allontanamento dell’imputato, scortato di nuovo in carcere per ristabilire l’ordine.

Il violento episodio è esploso proprio mentre il perito nominato dal tribunale stava illustrando gli esiti della perizia psichiatrica. Le valutazioni degli esperti hanno tracciato un quadro clinico chiaro e netto, confermando che l’uomo era perfettamente in grado di intendere e di volere sia al momento dei fatti sia durante il giudizio.

Secondo la ricostruzione presentata dagli esperti in aula, il trentaseienne si è presentato agli esami medico-legali in uno stato di piena lucidità mentale, privo di qualsiasi traccia di patologie psicotiche o depressive. Un profilo psicologico gelido e distaccato, caratterizzato da un controllo totale della situazione e dall’assenza di qualsiasi senso di colpa.

A colpire gli esaminatori è stato anche il marcato narcisismo maligno dell’imputato, unito a una fitta serie di tatuaggi che richiamano precise sottoculture. L’uomo ha rifiutato di discutere del delitto avvenuto nel parcheggio della stazione, mantenendo un atteggiamento freddo, calcolatore e a tratti velatamente sarcastico di fronte agli specialisti.

Durante l’udienza si è riflettuto anche sull’eventuale presenza di marcati tratti sadici nella personalità del trentaseienne. I consulenti della Procura hanno evidenziato la tendenza del soggetto a dominare, controllare e prevaricare il prossimo, provando un perverso appagamento nell’imporre la propria volontà attraverso atteggiamenti distruttivi.

Sotto la lente d’ingrandimento della perizia è finito anche il pesante abuso di alcol e sostanze stupefacenti da parte dell’imputato. Sebbene la sera del delitto l’uomo avesse un tasso alcolemico elevato, gli specialisti hanno escluso che l’uso cronico abbia provocato un deterioramento mentale permanente o uno stato di incapacità.

L’aggressione mortale ai danni del capotreno trentaquattrenne risale al 5 gennaio scorso ed è avvenuta nei pressi dello scalo ferroviario di Bologna. La Procura ha contestato all’imputato aggravanti futili, tra cui la particolare gravità del luogo in cui si è consumato il delitto e i motivi abietti alla base dell’azione.

Dopo l’allontanamento del detenuto, l’avvocata difensore ha formalmente chiesto di essere sollevata dall’incarico a causa delle violente offese ricevute. Il presidente della Corte ha tuttavia respinto la richiesta, confermando l’obbligo di difesa e ribadendo che il comportamento dell’imputato non costituisce un motivo valido per l’esonero dal processo.

Continua a leggere su TheSocialPost.it

Hai scelto di non accettare i cookie

Tuttavia, la pubblicità mirata è un modo per sostenere il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirvi ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, sarai in grado di accedere ai contenuti e alle funzioni gratuite offerte dal nostro sito.

oppure