
Fino a poche settimane fa, per Max Parisi le possibilità terapeutiche sembravano essersi esaurite. Il noto conduttore radiofonico, volto per oltre vent’anni del gruppo RTL 102.5 e dal 2021 a Radio Monte Carlo, combatte dal 2024 contro un tumore al pancreas. Dopo che la malattia si è diffusa al fegato e le terapie hanno smesso di funzionare, alla fine di luglio i medici gli hanno comunicato che non c’erano più opzioni standard disponibili.
Poi, il 26 agosto, dagli Stati Uniti è arrivata una notizia che ha aperto una nuova possibilità: la Food and Drug Administration ha approvato daraxonrasib, commercializzato con il nome Rasonque, una nuova terapia mirata destinata a determinati pazienti adulti con tumore pancreatico metastatico già sottoposti a precedenti trattamenti.
Parisi ha così deciso di partire per gli Stati Uniti per provare il farmaco. Una scelta dettata anche dal fatto che la terapia, al momento, non è ancora disponibile attraverso il sistema sanitario pubblico italiano. «Avevo un mese di vita, sono volato in America per provare un nuovo farmaco contro il tumore al pancreas. Ora forse arriverò a Natale. Dalla vita ho avuto tutto, vorrei solo passare il tempo che mi resta con la mia famiglia», ha raccontato il conduttore.
Dietro questa speranza, però, c’è un problema enorme: il costo. Un mese di trattamento può superare i 40mila dollari e, per chi arriva dall’Italia senza un’assicurazione sanitaria statunitense, la spesa deve essere sostenuta direttamente. È proprio il caso di Parisi, per il quale è stata organizzata anche una raccolta fondi destinata a finanziare la terapia e le spese sanitarie negli Usa.
Cos’è il daraxonrasib e perché Max Parisi deve andare negli Usa
A spiegare la situazione è Chiara Cremolini, oncologa, membro del direttivo dell’Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e professoressa di Oncologia all’Università di Pisa.
«Il daraxonrasib per il trattamento del tumore del pancreas è stato approvato dalla Food and Drug Administration negli Stati Uniti ed è, quindi, utilizzabile nella pratica clinica americana», spiega Cremolini ad Adnkronos Salute.
Il farmaco agisce sul segnale RAS, uno dei principali meccanismi molecolari coinvolti nella crescita del tumore pancreatico. Nello studio di fase 3, nei pazienti con carcinoma pancreatico metastatico già trattato, la sopravvivenza mediana è risultata di 13,2 mesi con daraxonrasib contro 6,7 mesi con la chemioterapia nel gruppo RAS G12. Si tratta di risultati statistici ottenuti nello studio e non consentono, naturalmente, di prevedere quanto beneficio possa ottenere un singolo paziente.
In Europa la situazione è diversa. «Poiché non è ancora approvato dall’Ema, che sta effettuando la revisione dei dati, il farmaco non può essere utilizzato e rimborsato nei sistemi sanitari pubblici, ma può essere al momento solo acquistato a spese del paziente», chiarisce Cremolini.
Da qui la scelta di Parisi di rivolgersi agli Stati Uniti, dove è stato valutato per accedere al trattamento.
Il costo: oltre 40mila dollari per un mese di terapia
Il principale ostacolo resta però economico. Negli Stati Uniti il farmaco è a pagamento e l’eventuale copertura dipende dall’assicurazione sanitaria del paziente.
«Se un cittadino statunitense desidera avere accesso al farmaco, deve sostenerne il costo, direttamente o attraverso la propria assicurazione. Questo oggi vale anche per un paziente italiano: comprarsi il farmaco è possibile ma deve essere ben chiaro che parliamo di una terapia non definitiva», sottolinea Cremolini.
Per la famiglia di Max Parisi il prezzo comunicato per una fornitura di 30 giorni è stato di 42.082,80 dollari, ai quali devono essere aggiunti i costi degli esami, dell’assistenza medica e della permanenza negli Stati Uniti.
«Il prezzo attuale, circa 40mila dollari per un mese di terapia, non è sostenibile», osserva l’oncologa. Il problema è che, se il farmaco funziona, il trattamento deve proseguire finché mantiene la sua efficacia. Se invece non produce i risultati sperati, il paziente può aver già sostenuto una spesa molto elevata prima di verificarlo.
Cremolini: «Non è una cura definitiva»
È proprio su questo punto che l’oncologa invita alla prudenza. Daraxonrasib rappresenta una nuova possibilità terapeutica, ma non deve essere presentato come una cura risolutiva.
Il farmaco «non rappresenta una cura definitiva del tumore, ma può contribuire a rallentarne la progressione e a prolungare la sopravvivenza in alcuni pazienti», chiarisce Cremolini.
«Da medico trovo inaccettabile e non etico dire a un paziente che deve acquistare a queste cifre un farmaco. Al paziente spiego che questa possibilità esiste, ma non la caldeggio. Ci sono pazienti e famiglie che si indebitano per una terapia che non è risolutiva».
La stessa oncologa tiene però a non ridimensionare il valore scientifico della nuova terapia: «Rispetto la decisione di Max Parisi e non voglio sminuire il valore del farmaco, perché il farmaco rappresenta un grande passo in avanti per questa patologia. Ma non è una soluzione definitiva».
Perché non si può ricorrere all’uso compassionevole in Italia
Una possibile soluzione per permettere ai pazienti italiani di accedere alla terapia prima della sua piena disponibilità sarebbe rappresentata da un programma di uso compassionevole. Al momento, però, l’azienda non ne ha attivato uno in Europa.
«L’uso compassionevole in generale è un programma messo in campo da un’azienda farmaceutica, ma in Europa l’azienda in questione non ha ancora attivato alcun programma di uso compassionevole, per cui questa opzione di accesso precoce al momento non esiste», spiega Cremolini.
Proprio per questo, ai primi di settembre l’Aiom ha chiesto all’azienda produttrice di attivare un programma che permetta ai pazienti italiani idonei di ricevere gratuitamente il medicinale in attesa del completamento dell’iter regolatorio europeo. La richiesta ha successivamente alimentato anche iniziative parlamentari bipartisan.
La vicenda di Max Parisi porta così in primo piano una questione che va oltre la sua storia personale: come garantire ai pazienti italiani l’accesso a una nuova terapia senza costringerli a volare negli Stati Uniti e a sostenere costi di decine di migliaia di dollari al mese. Una terapia che apre una nuova possibilità contro una delle neoplasie più difficili da trattare, ma che, come ribadiscono gli oncologi, non equivale a una promessa di guarigione.


