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Condannato, dopo 30 anni il Dna lo scagiona: caso shock

Pubblicato: 29/09/2026 18:58

Ha trascorso trent’anni in carcere aspettando l’esecuzione di una condanna a morte. Ora, a 71 anni, Douglas Stewart Carter ha lasciato il penitenziario dello Utah dopo che nuove analisi del Dna hanno escluso una sua corrispondenza con il materiale genetico recuperato sulla scena del delitto per il quale era stato condannato.

Carter era finito nel braccio della morte per l’omicidio di Eva Olesen, avvenuto nel 1985. Per decenni ha continuato a dichiararsi innocente, sostenendo anche che la confessione utilizzata contro di lui fosse stata estorta. Il riesame del caso e soprattutto i nuovi risultati scientifici hanno ora portato un giudice statale a disporne la scarcerazione immediata, in attesa di un nuovo processo.

L’omicidio di Eva Olesen nel 1985

La vicenda giudiziaria risale a oltre quarant’anni fa. Eva Olesen, zia di un capo della polizia, venne trovata morta dal marito all’interno della loro abitazione. Il corpo della donna era parzialmente svestito e aveva le mani legate dietro la schiena.

Olesen era stata accoltellata e colpita anche con un’arma da fuoco. Le indagini portarono successivamente a Douglas Carter, che venne processato e condannato alla pena capitale.

Il caso, però, negli anni ha iniziato a mostrare diversi punti controversi. Carter ha sempre respinto l’accusa di essere l’assassino e ha ripetutamente sostenuto che la confessione da lui firmata fosse stata ottenuta con la coercizione.

La condanna senza prove materiali e i testimoni che ritrattarono

Secondo quanto emerso nel riesame della vicenda, non c’erano prove materiali in grado di collegare direttamente Carter alla scena dell’omicidio.

Un ruolo decisivo nella condanna ebbero invece la sua confessione e le dichiarazioni di due testimoni, i quali raccontarono che Carter si sarebbe vantato di aver ucciso Olesen. L’uomo è nero, mentre la vittima era bianca.

Quei testimoni, tuttavia, ritrattarono successivamente le loro dichiarazioni, aggiungendo un altro elemento ai dubbi sorti attorno al processo.

Già lo scorso anno la Corte suprema dello Utah aveva ordinato un nuovo processo, citando comportamenti scorretti da parte degli investigatori che avevano lavorato sul caso.

La svolta dal Dna dopo decenni

L’elemento decisivo è arrivato con i risultati di una nuova analisi genetica, ricevuti il 22 settembre.

Gli esami hanno escluso Carter come possibile corrispondenza con il sangue trovato su una maniglia e con il materiale genetico recuperato dal manico di un coltello utilizzato nell’aggressione a Eva Olesen.

Un risultato particolarmente rilevante perché ottenuto su elementi direttamente collegati alla scena del crimine e all’arma utilizzata per accoltellare la vittima.

Alla luce delle nuove prove e dopo la precedente decisione della Corte suprema di concedere un nuovo processo, il giudice ha disposto la liberazione del 71enne.

Carter libero su cauzione, ma il caso non è ancora chiuso

La scarcerazione non equivale, almeno per il momento, alla conclusione definitiva del procedimento giudiziario. Carter è stato rilasciato su cauzione e dovrà indossare un braccialetto elettronico Gps mentre attende gli sviluppi del nuovo processo.

La famiglia di Eva Olesen si era opposta alla sua liberazione.

Dopo tre decenni trascorsi dietro le sbarre con una condanna a morte, però, Carter può per la prima volta attendere le prossime decisioni della giustizia fuori dal carcere. Al centro del nuovo procedimento ci saranno proprio gli elementi che hanno rimesso in discussione la vecchia condanna: le testimonianze successivamente ritrattate, le contestazioni sulla confessione e, soprattutto, i nuovi risultati delle analisi del Dna.

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