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“Precipita sulla Terra!”. Disastro nello spazio: cosa rischia l’Italia

Pubblicato: 02/11/2026 08:11

Il telescopio spaziale Swift, lanciato dalla Nasa 22 anni fa per studiare alcuni dei fenomeni più violenti dell’universo, si prepara a concludere la propria missione con un rientro incontrollato nell’atmosfera terrestre. Il satellite, che per oltre due decenni ha osservato esplosioni di supernovae e buchi neri impegnati a divorare stelle, sta perdendo rapidamente quota e potrebbe precipitare sulla Terra nel giro di pochi giorni. Una situazione che richiede un attento monitoraggio, anche se per l’Italia non ci sono rischi.

La principale preoccupazione riguarda l’impossibilità di controllare la traiettoria del telescopio, rimasto senza propellente. Non potendo più correggere la propria orbita, Swift è destinato a rientrare nell’atmosfera senza che sia possibile stabilire con certezza il punto in cui avverrà la caduta. La Space Force americana sta seguendo l’evoluzione della situazione e dovrà essere pronta a segnalare eventuali pericoli per le aree abitate, con un preavviso stimato di circa un’ora.
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Perché l’Italia non corre rischi con la caduta di Swift

A escludere un possibile coinvolgimento del nostro Paese è soprattutto l’inclinazione orbitale del telescopio. Swift viaggia infatti su un’orbita inclinata di appena 21 gradi rispetto all’equatore. Questo significa che il satellite non può raggiungere latitudini superiori a tale valore durante il rientro.

L’Italia si trova invece tra i 35 e i 47 gradi di latitudine. Una differenza che, come spiega Mario Salatti, responsabile del settore Space Situational Awareness dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), permette di escludere il territorio italiano dalle possibili aree interessate dalla caduta.

Il settore di cui Salatti è responsabile si occupa proprio del monitoraggio dei rischi provenienti dallo spazio, dagli asteroidi potenzialmente pericolosi ai detriti artificiali, passando per gli effetti della meteorologia spaziale.

Il caso Swift, tuttavia, riporta l’attenzione su un fenomeno sempre più rilevante: il rientro nell’atmosfera di satelliti, razzi e altri oggetti costruiti dall’uomo. Ogni anno circa 430 tonnellate di materiale spaziale tornano sulla Terra. Una quantità considerevole, equivalente a oltre una tonnellata al giorno.

Detriti spaziali, aumentano le cadute sulla Terra

Nella maggior parte dei casi non ci sono conseguenze. I materiali che rientrano nell’atmosfera vengono infatti distrutti dalle temperature elevate generate dall’attrito e soltanto una parte limitata riesce a raggiungere il suolo.

Non tutti i componenti, però, si comportano allo stesso modo. Alcuni materiali particolarmente resistenti possono sopravvivere al passaggio atmosferico e precipitare sulla superficie terrestre. Nel caso di Swift, tra gli elementi che potrebbero non disintegrarsi completamente ci sono alcuni frammenti dello specchio e componenti realizzati in tungsteno.

Gli episodi registrati nelle ultime settimane dimostrano che il problema non è soltanto teorico. Il 19 ottobre un pezzo di metallo contorto, lungo oltre due metri, è precipitato in un palmeto in Indonesia, provocando un forte boato. Pochi giorni prima, il 15 ottobre, un altro frammento di circa tre metri era finito in un campo di mais nel Minnesota.

In entrambi i casi si è ipotizzato che i materiali potessero provenire da un razzo cinese lanciato nei giorni precedenti.

I numeri evidenziano una crescita significativa del fenomeno. Secondo Salatti, le 430 tonnellate di detriti rientrate nell’atmosfera nel 2025 rappresentano una quantità quattro volte superiore a quella registrata nel 2020 e sei volte maggiore rispetto al 2010.

La causa principale è l’aumento esponenziale degli oggetti messi in orbita. Tra i protagonisti di questa espansione c’è Elon Musk, la cui rete satellitare conta ormai oltre 10mila satelliti. A questo si aggiunge il progetto di realizzare una gigantesca costellazione di data center spaziali, composta da un milione di satelliti.

Dal 2035 aumenteranno i rischi per la popolazione

La crescita del traffico spaziale potrebbe trasformare quello che oggi è un evento raro in un problema di sicurezza da affrontare con maggiore attenzione.

Un rapporto della Federal Aviation Administration (FAA) statunitense ha stimato che, a partire dal 2035, esisterà una probabilità del 61% che una persona venga uccisa ogni anno dalla caduta di detriti spaziali.

Anche il rischio per il traffico aereo merita attenzione: le possibilità che un aereo in volo venga colpito sono state stimate in sette su 10mila.

Finora gli incidenti con conseguenze sulle persone sono stati estremamente limitati. L’unico caso ricordato riguarda il 1997, quando una donna che si trovava in un parco in Oklahoma venne colpita, senza riportare ferite gravi, da un frammento di razzo grande quanto una lattina. All’epoca, la probabilità che si verificasse un episodio simile era considerata pari a una su un trilione.

L’attività solare ha accelerato la fine della missione Swift

Il deterioramento dell’orbita del telescopio non è dovuto soltanto al normale invecchiamento della struttura. A contribuire in maniera determinante è stata anche l’attività solare, che ha accelerato la perdita di quota.

Durante le fasi di maggiore intensità dell’attività del Sole, gli strati superiori dell’atmosfera terrestre si espandono. Di conseguenza, un satellite che si trova a circa 600 chilometri di altezza incontra una maggiore resistenza aerodinamica. Questo fenomeno rallenta progressivamente il movimento dell’oggetto e ne accelera la discesa.

Le attuali capacità di previsione della meteorologia spaziale non consentono ancora di anticipare con assoluta precisione questi fenomeni. Come sottolinea Salatti, la maggiore attività solare modifica le condizioni atmosferiche alle quote più elevate, rendendo più difficile prevedere con esattezza la durata della permanenza in orbita dei satelliti.

Swift si trova ormai sotto i 300 chilometri di altezza. Una quota che rende il suo rientro imminente e lascia pochissimo tempo per eventuali interventi.

Fallito il tentativo della Nasa di salvare il telescopio

La fine di Swift avrebbe potuto essere diversa. Lo scorso luglio la Nasa aveva infatti tentato un’operazione per prolungare la vita operativa del telescopio, affidandosi a un’azienda privata e a una tecnologia destinata a diventare potenzialmente importante per il futuro delle attività spaziali.

Il progetto prevedeva l’impiego di un robot chiamato Link, equipaggiato con tre braccia meccaniche. Il suo compito era raggiungere Swift, agganciarlo e utilizzare i propri motori per riportarlo su un’orbita più alta, allontanando così il momento del rientro atmosferico.

L’operazione, però, non è riuscita. Link ha perso il controllo a pochi chilometri dal telescopio, cominciando a ruotare su se stesso senza riuscire a completare l’aggancio. Il tentativo è così fallito, nonostante i 30 milioni di dollari investiti dalla Nasa per salvare uno strumento scientifico il cui valore era stimato in 250 milioni.

Anche il robot, alla fine di settembre, è rientrato sulla Terra.

Secondo Salatti, interventi di questo genere potrebbero diventare una pratica abituale nei prossimi anni. La possibilità di raggiungere, agganciare e spostare satelliti non più operativi potrebbe infatti rappresentare uno strumento fondamentale per gestire un ambiente orbitale sempre più affollato.

Attorno alla Terra si trovano attualmente circa 28mila satelliti e 56mila altri oggetti, per un peso complessivo stimato in 9.300 tonnellate. Una presenza destinata ad aumentare con l’espansione delle costellazioni satellitari e dei servizi spaziali.

La vicenda di Swift racconta così due aspetti della nuova era spaziale: da una parte i risultati scientifici ottenuti grazie a missioni capaci di durare oltre vent’anni, dall’altra le difficoltà legate alla gestione dei satelliti una volta terminata la loro attività. Il problema non riguarda più soltanto ciò che viene lanciato nello spazio, ma anche ciò che, prima o poi, è destinato a tornare sulla Terra.

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