
Donald Trump somiglia a un pugile che ha appena incassato una serie di colpi durissimi e continua a ripetere al proprio angolo che va tutto bene. È ancora in piedi, naturalmente. Ha ancora la forza, il potere e soprattutto la voglia di combattere. Ma qualcosa è cambiato. La sconfitta repubblicana alle elezioni di midterm ha colpito il presidente americano proprio dove si è sempre sentito invulnerabile: nel rapporto diretto con gli elettori, nella convinzione di interpretare meglio di chiunque altro gli umori dell’America profonda. E adesso Trump barcolla, cerca di ritrovare l’equilibrio, distribuisce responsabilità e prepara il prossimo colpo.
La sua apparizione notturna su Fox News, dopo una giornata elettorale disastrosa per i repubblicani, racconta questa difficoltà meglio di qualsiasi comunicato della Casa Bianca. Intervistato da Martha MacCallum e Bret Baier, Trump ha riconosciuto che la guerra contro l’Iran potrebbe avere contribuito alla sconfitta. Ma non ha mostrato ripensamenti sulla decisione militare, rivendicando la necessità di impedire a Teheran di ottenere armi nucleari. Un’ammissione e una rivendicazione nello stesso respiro. Come se il presidente riuscisse a vedere le conseguenze politiche delle proprie scelte senza riuscire, o senza volere, a metterne in discussione le premesse.
Il presidente che non riesce ad ammettere la sconfitta
Il punto politicamente più interessante non è che Trump abbia perso. È il modo in cui sta reagendo alla sconfitta. Prima ha attaccato Fox News, accusando la rete conservatrice di avere favorito i democratici concedendo loro troppo spazio. Poi è intervenuto proprio su Fox per spiegare che il conflitto iraniano aveva avuto un peso sul voto. Infine ha già evocato il ricorso sistematico al veto presidenziale contro le iniziative democratiche che considera inaccettabili. Tre movimenti quasi simultanei, che sembrano rispondere alla stessa necessità: trovare un responsabile, difendere le proprie decisioni e mostrare immediatamente i muscoli.
È la reazione di un uomo che ha costruito tutta la propria carriera politica sull’immagine del vincente. Trump può sopportare di essere odiato, contestato, insultato. Anzi, spesso ha trasformato quelle contestazioni in carburante politico. Ma essere sconfitto dagli elettori è un’altra cosa. Perché una sconfitta elettorale non può essere liquidata semplicemente come l’ostilità delle élite, dei giornalisti o degli avversari politici. Significa che una parte dell’America reale, quella alla quale il presidente si rivolge continuamente, ha deciso di mandargli un messaggio. E non è affatto detto che quel messaggio riguardi soltanto l’Iran.
C’è probabilmente anche qualcosa di più profondo, che Trump fatica a comprendere: la distanza crescente tra la rappresentazione della propria forza e il giudizio degli americani sui risultati del suo governo. La guerra, i suoi costi economici e politici, le tensioni interne, il clima di conflitto permanente possono avere contribuito a trasformare il consenso in insofferenza. E forse, per una parte degli elettori, si è insinuato anche un sentimento più difficile da misurare: l’imbarazzo, persino la vergogna, per gli eccessi di un presidente che pretende di rappresentare la grandezza americana, ma che troppo spesso finisce per identificare quella grandezza con la propria persona.
Dal pugno sul tavolo alla paura di perdere il controllo
Naturalmente sarebbe un errore considerare Trump politicamente finito. Il pugile intontito non è necessariamente un pugile sconfitto per sempre. Può recuperare lucidità, cambiare strategia, tornare all’attacco. E il presidente americano dispone ancora di strumenti istituzionali formidabili. Il problema, però, è capire se saprà usarli per ricostruire un rapporto con il Paese oppure soltanto per prolungare lo scontro. La minaccia del veto, pronunciata mentre arrivano i risultati elettorali, lascia intravedere soprattutto la seconda possibilità: un presidente deciso a impedire agli avversari di governare, anche quando il voto abbia dato loro un mandato politico.
È qui che la metafora del pugile diventa qualcosa di più di un’immagine. Trump sembra ancora convinto che ogni difficoltà possa essere risolta aumentando la potenza dei colpi. Più attacchi, più accuse, più minacce, più dimostrazioni di forza. Ma la politica non è un incontro di boxe nel quale vince necessariamente chi picchia più forte. A volte occorre capire perché i colpi non arrivano più a bersaglio. E soprattutto perché il pubblico, che fino a ieri applaudiva ogni movimento, comincia a voltarsi dall’altra parte.
La notte americana ha dunque consegnato un’immagine insolita: Donald Trump costretto a spiegare una sconfitta anziché celebrare una vittoria. Non è la fine del trumpismo, né necessariamente l’inizio del suo declino definitivo. È però la dimostrazione che il carisma non garantisce l’immunità dal giudizio degli elettori e che nemmeno la retorica della forza può cancellare le conseguenze delle decisioni politiche. Trump è ancora sul ring, con i guantoni alzati e lo sguardo fisso sull’avversario. Ma per la prima volta da molto tempo sembra avere qualche difficoltà a capire da quale parte sia arrivato il pugno. E soprattutto se il prossimo arriverà dagli avversari o proprio da quel pubblico che pensava di avere conquistato per sempre.


