
Tensioni altissime e scossoni politici scuotono la maggioranza su una questione etica fondamentale, riportando al centro del dibattito nazionale il delicato equilibrio tra le prerogative dello Stato centrale e le autonomie locali. Tra corridoi di palazzo infuocati, prese di posizione diametralmente opposte all’interno dello stesso esecutivo e la ferma determinazione di chi rivendica la bontà delle proprie scelte normative, la politica si ritrova spaccata su un tema dall’enorme impatto sociale. Uno scontro istituzionale di primaria grandezza che si sposta ora sul piano costituzionale, accendendo i riflettori sui futuri assetti dei diritti civili nel nostro Paese.

La decisione del Consiglio dei ministri di impugnare formalmente la norma approvata dal Veneto sul fine vita ha scatenato una vistosa spaccatura interna alla compagine di governo. In sede di deliberazione si è registrata la netta presa di distanza del vicepremier Matteo Salvini, che ha scelto di abbandonare la discussione e non partecipare al voto.Parallelamente, il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli si è schierato apertamente contro l’impugnativa,rimarcando come il provvedimento sia una semplice legge ordinamentale intesa a stabilire linee guida nel solco della normativa vigente. La Regione guidata dal governatore Alberto Stefani si era distinta come prima realtà di centrodestra ad autorizzare tempi e procedure per il suicidio medicalmente assistito.
Fin dai primi passi della legge, l’ex governatore e attuale presidente del Consiglio regionale Luca Zaia aveva definito l’iniziativa come una vera e propria «legge di civiltà», difendendola a spada tratta lungo tutto il percorso d’aula.
Le parole di Luca Zaia e il quadro regionale
A margine della delibera governativa, Luca Zaia ha commentato la svolta mantenendo un profilo istituzionale ma fermo nei contenuti: «Rispetto pienamente la decisione assunta oggi dal Consiglio dei ministri di impugnare la legge veneta sul fine vita. È una prerogativa costituzionale del governo, che ha il diritto di rivolgersi alla Consulta quando ritiene che una norma regionale presenti profili di incostituzionalità. Come d’altronde è pienamente legittimo che i rappresentanti della Lega in Cdm non abbiamo partecipato al voto. Personalmente rivendico con convinzione la scelta compiuta dal Consiglio regionale del Veneto, che ho personalmente sostenuto e votato».
Il via libera arrivato a palazzo Balbi rappresenta un traguardo storico, specie dopo il fallimento del primo tentativo nel 2024, sfumato per un singolo voto contrario. Nel persistente vuoto normativo da parte del Parlamento nazionale, la scelta veneta segue la scia tracciata da altre quattro amministrazioni (Toscana, Emilia Romagna, Umbria e Sardegna), che si erano già dotate di appositi regolamenti per disciplinare il percorso di assistenza.


