
L’episodio, ricostruito in un’inchiesta dettagliata del Washington Post, pone seri interrogativi sulla legalità e l’etica delle azioni intraprese dall’amministrazione Trump. Secondo le fonti interne citate dal quotidiano, l’operazione, originariamente presentata come un successo nella lotta al narcotraffico, nasconderebbe un ordine di esecuzione che ha portato all’uccisione sommaria di tutti gli occupanti di un’imbarcazione sospettata di trasportare sostanze illecite al largo del Venezuela.
L’inchiesta del Washington Post
Il resoconto del Washington Post si basa su testimonianze di fonti interne che hanno avuto accesso diretto ai dettagli dell’operazione. Queste fonti hanno rivelato che un drone statunitense stava pedinando un’imbarcazione con undici persone a bordo, tutte sospettate di essere coinvolte nel traffico di droga. La situazione è precipitata quando il Segretario alla guerra, Pete Hegseth, avrebbe impartito un ordine di una brutalità sconcertante: “uccideteli tutti”. Questo comando, se confermato, segna un momento di svolta nell’approccio dell’amministrazione all’interdizione marittima, trasformando un’azione di polizia o di sicurezza in un vero e proprio atto di guerra non dichiarato.
Il primo attacco e il ritrovamento dei sopravvissuti
A seguito del presunto ordine di Hegseth, l’unità d’élite della Marina, il SEAL Team 6, ha lanciato un missile che ha centrato in pieno l’imbarcazione, riducendola in fiamme. Sembrava la conclusione dell’operazione, ma le telecamere aeree che continuavano a monitorare la scena hanno ripreso un dettaglio cruciale e drammatico: due uomini erano ancora vivi e lottavano per rimanere a galla tra i relitti in fiamme. Nonostante la potenziale resa o la necessità di soccorso, ciò che è accaduto dopo è ancora più grave dal punto di vista del diritto internazionale.
Le fonti consultate dal Washington Post hanno riferito che, di fronte alla sopravvivenza dei due uomini, dal centro di comando a Fort Bragg è giunta una seconda, agghiacciante istruzione: «L’ordine era di uccidere tutti». L’Ammiraglio Frank “Mitch” Bradley avrebbe quindi dato l’ordine per un nuovo attacco mirato specificamente all’eliminazione dei sopravvissuti. Questa sequenza di eventi trasforma l’azione da un incidente o un errore in combattimento in una deliberata operazione di sterminio, sollevando gravi preoccupazioni circa il rispetto delle convenzioni internazionali relative ai prigionieri e ai non combattenti.
Le implicazioni legali: omicidio o crimine di guerra
La ricostruzione del quotidiano americano ha immediatamente innescato un dibattito tra gli esperti di diritto bellico. Il Washington Post ha riportato l’analisi di Todd Huntley, ex consulente legale delle Forze Speciali e attuale direttore del programma di diritto sulla sicurezza nazionale presso la Georgetown Law. Secondo Huntley, la legalità dell’azione dipende interamente dalla qualificazione del contesto operativo. Se tra gli Stati Uniti e i sospettati narcotrafficanti non esisteva un conflitto armato riconosciuto, l’uccisione degli uomini, specialmente quelli che lottavano per la vita in acqua, «equivale a un omicidio». Ma l’esperto si spinge oltre: anche ipotizzando uno scenario di guerra, l’ordine esplicito di «non lasciare sopravvissuti» costituirebbe inequivocabilmente un crimine di guerra, violando i principi fondamentali del diritto umanitario che vietano di ordinare che non vi siano superstiti.
La categorica smentita del Pentagono
Nonostante la gravità delle accuse e la precisione dei dettagli forniti dalle fonti del Washington Post, il Pentagono ha respinto l’intera ricostruzione in modo categorico. Sean Parnell, capo ufficio stampa del Ministero della Guerra americano, ha etichettato la narrazione come «completamente falsa». L’amministrazione difende l’operazione, rivendicandola come un pieno successo nella lotta internazionale contro il narcotraffico e insistendo sulla sua legittimità e necessità. La foto di copertina dell’articolo, che mostra immagini di un’imbarcazione colpita, condivise dallo stesso Donald Trump in un contesto che il giornale data al 20 settembre 2025, sembra essere la prova con cui il Pentagono intende ribadire l’efficacia delle sue azioni, cercando di far passare sotto silenzio le presunte atrocità commesse. La discrepanza tra il resoconto del Washington Post e la versione ufficiale del Pentagono richiede un’ulteriore e approfondita indagine per stabilire la verità dietro questo controverso episodio.


