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“Deve pagare, ma non così”. 14enne accusato di stupro, cosa gli è successo in carcere. Terribile

Pubblicato: 29/11/2025 20:16

Un grave e preoccupante episodio di presunta violenza si è verificato all’interno delle mura del carcere minorile di Casal del Marmo a Roma, dove uno dei giovani detenuti con la pesante accusa di aver abusato sessualmente una dodicenne e di aver successivamente diffuso il video dell’abuso tramite l’applicazione di messaggistica WhatsApp, ha denunciato di essere stato “torturato” e “picchiato”.

La vicenda, che solleva interrogativi urgenti sulle condizioni di detenzione e sulla sicurezza dei minori all’interno delle strutture carcerarie, è stata portata alla luce dal padre del quattordicenne, che ha agito presentando una formale denuncia presso la Procura della Repubblica di Sulmona. Questo atto segna un momento critico non solo per il detenuto e la sua famiglia, ma anche per l’istituzione carceraria stessa, richiamando l’attenzione delle autorità giudiziarie sulla necessità di un intervento immediato e approfondito per verificare la veridicità delle accuse e garantire il rispetto dei diritti fondamentali dei detenuti, anche e soprattutto quando si tratta di minori in custodia.

La denuncia del padre: nuove e gravi violenze

Il genitore del ragazzo, profondamente turbato e allarmato, ha rotto il silenzio e si è rivolto al commissariato del centro peligno dopo aver effettuato una visita al figlio il giorno precedente, durante la quale avrebbe scoperto l’esistenza di ulteriori e più gravi violenze subite dal ragazzo. Le sue parole, riportate nella denuncia, sono chiare e drammatiche: “Mio figlio è stato di nuovo picchiato in carcere anzi stavolta torturato.” Il padre ha potuto constatare direttamente la presenza di lesioni evidenti sul corpo del figlio, specificando di avergli visto segni di percosse al volto, al petto e alle braccia. Sebbene il genitore riconosca in maniera esplicita che il figlio debba pagare per l’atto criminoso commesso, egli insiste sul fatto che né la tortura né le continue aggressioni verbali e fisiche costituiscano il giusto percorso per la comprensione della gravità dell’accaduto e per un’effettiva rieducazione. Al contrario, il padre teme che tali brutalità possano “devierlo del tutto”, compromettendo ogni possibilità di recupero sociale e psicologico. Questa contrapposizione evidenzia il dilemma fondamentale tra la necessità di espiazione della pena e l’obbligo dello Stato di garantire un trattamento umano e rieducativo, specialmente per i detenuti minorenni.

I dettagli della presunta tortura

I dettagli emersi dalla visita e riportati nella denuncia sono di una violenza inaudita e particolarmente scioccanti. Secondo il racconto del genitore, il quattordicenne sarebbe stato “torturato con una spazzola di ferro e lamette“. Il padre ipotizza che tali atti possano essere compiuti “per gioco” dai suoi aggressori, forse come una forma di vendetta o punizione dovuta alla natura abietta del reato commesso dal ragazzo. C’è anche il forte sospetto che queste escalation di violenza rappresentino una punizione per aver osato denunciare le violenze precedenti: “probabilmente perché racconta di queste violenze e loro lo puniscono sempre di più“. Oltre alle aggressioni fisiche, il minore sarebbe stato anche oggetto di gravi minacce. In un inquietante scambio di messaggi attraverso altri detenuti, il padre sarebbe stato avvertito di portare “droga da fumare” al figlio, con l’agghiacciante avvertimento che, in caso contrario, il ragazzo sarebbe stato “ammazzato“. Questa concatenazione di violenza fisica, minacce di morte e richieste illecite dipinge un quadro di assoluta illegalità e pericolo all’interno della struttura minorile.

La situazione dell’altro minore detenuto

La condizione di estrema vulnerabilità non riguarda solo il quattordicenne. Il resoconto del padre evidenzia anche la drammatica situazione del diciassettenne, l’altro minore co-imputato nello stesso gravissimo caso di abuso. I due ragazzi condividono la stessa cella e anche il diciassettenne è stato “altrettanto sconvolto” dalle percosse subite, essendo stato “picchiato anche lui“. Tuttavia, la sua situazione è ulteriormente aggravata dalla sua solitudine: a differenza del quattordicenne, il diciassettenne “non ha nessuno che lo va a trovare, non ha i genitori qui“. Questa mancanza di sostegno familiare e di contatto con l’esterno lo rende ancora più esposto e indifeso di fronte alle dinamiche violente e alle minacce interne al carcere. La sua condizione solitaria è un elemento di particolare fragilità che la giustizia minorile e le autorità carcerarie dovrebbero considerare con la massima urgenza e attenzione.

L’azione legale e l’appello alla procura

A seguito di questi fatti gravissimi, l’avvocato della famiglia del quattordicenne, Alessandro Margiotta, ha annunciato che si muoverà con determinazione e immediatezza. Il legale ha preannunciato che, nel corso della settimana successiva, precisamente di lunedì, presenterà “per la terza volta” una richiesta ufficiale di trasferimento del suo assistito dal carcere romano di Casal del Marmo. Questa reiterazione della richiesta sottolinea l’urgenza percepita dalla difesa e la convinzione che la permanenza del giovane in quella specifica struttura non sia più compatibile con la sua sicurezza e incolumità. L’avvocato Margiotta, inoltre, lancia un appello che va oltre il singolo caso, concludendo che “Bisognerà che la procura di Roma si attivi per verificare le condizioni di tutti i ragazzi lì dentro“. Questa dichiarazione allarga il campo d’indagine, suggerendo che le violenze denunciate potrebbero non essere episodi isolati ma il sintomo di una più ampia criticità strutturale all’interno dell’istituto minorile, rendendo indispensabile un’ispezione generale e un monitoraggio costante per assicurare che tutti i diritti dei minori detenuti vengano rispettati.

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