
Il giallo di Garlasco è arrivato a uno snodo che ha il sapore definitivo delle ultime pagine. Dopo diciotto anni di indagini, processi, riaperture, perizie e polemiche, la sensazione che accompagna l’avvicinarsi del 18 dicembre è quella di una storia che sta per chiudersi davvero. Una lunga rincorsa alla verità che ha attraversato generazioni di magistrati, consulenti e opinione pubblica, e che ora sembra avviarsi verso il suo epilogo. È finita la stagione delle ipotesi infinite, è finita l’idea che possa esserci sempre un nuovo colpo di scena dietro l’angolo.
Per quasi due decenni il nome di Chiara Poggi è rimasto legato a uno dei casi più discussi e controversi della cronaca italiana. Un delitto che ha continuato a interrogare investigatori e cittadini, alimentando dubbi, sospetti e ricostruzioni alternative. Ogni riapertura ha riacceso speranze e tensioni, ma ha anche allungato un’attesa diventata estenuante. Ora, però, il tempo delle domande sembra lasciare spazio a quello delle conclusioni. E la sensazione dominante è che il cerchio stia finalmente per chiudersi.
Garlasco: l’epilogo di un caso infinito

La terza riapertura dell’inchiesta aveva riportato l’attenzione su dettagli già noti, su tracce biologiche e testimonianze riesaminate con strumenti più moderni. Ancora una volta, il caso era tornato al centro del dibattito pubblico, come se nulla fosse mai davvero risolto. Ma questa volta il calendario pesa più di ogni altra cosa: una data fissata, un incidente probatorio che si avvia alla conclusione, un percorso che non può essere allungato all’infinito. La rincorsa alla verità, semplicemente, non può più continuare.
La svolta che tutti aspettavano

Ed è proprio questo il punto centrale che emerge con forza: il giallo di Garlasco sta arrivando al termine. Non perché tutte le ferite siano rimarginate o tutte le domande definitivamente cancellate, ma perché il tempo dell’indagine straordinaria è finito. Sembra che gli avvocati di Sempio siano convinti che l’inchiesta bis si risolverà in un buco nell’acqua, e sarebbe già finita. È finita l’illusione che ogni nuova analisi possa ribaltare tutto. È finita la sospensione permanente in cui il caso è rimasto per anni, come se fosse sempre in attesa di una rivelazione decisiva che non arriva mai.
Le carte in tavola della difesa

Più si avvicina il 18 dicembre, giorno della chiusura dell’incidente probatorio sul giallo di Garlasco, più la difesa dell’unico indagato Andrea Sempio sembra dormire sonni tranquilli. A maggior ragione alla luce del risultato del rapporto depositato dalla genetista Denise Albani secondo cui le tracce biologiche miste rimaste sulle unghie della vittima Chiara Poggi sarebbero da ricondurre con probabilità “da moderatamente forte a forte” a un uomo della famiglia Sempio. Insomma, per l’avvocato difensore Liborio Cataliotti, una “pistola d’acqua” che inizialmente era stata presentata dall’accusa come “pistola fumante” e determinante per il procedimento a carico dell’amico del fratello della 26enne uccisa il 13 agosto 2007. Ora l’attesa è per il 18 dicembre, giorno che gli avvocati di Sempio ( e Sempio stesso), aspettano.
La strategia di Sempio: una “pistola d’acqua”?
A meno di una settimana dall’udienza che può cambiare – in una direzione o nell’altra – la clamorosa riapertura del caso, la difesa di Sempio sta perfezionando la sua strategia. A partire dalla perizia Albani: “La stiamo analizzando riga per riga. Abbiamo predisposto una serie di richieste di chiarimento: una decina di domande pacate, non polemiche e non finalizzate a ribaltare l’esito della perizia”, ha detto Cataliotti entrando al laboratorio di Genomica di via Tiburtina, a Roma, dove è ancora in corso l’incidente probatorio.
La scienza non si piega alle convenienze
Il legale rimane convinto che, nonostante il rapporto della genetista della Polizia individui con buone probabilità il materiale genetico dell’indagato sul corpo della vittima, a livello giuridico quel ritrovamento non valga nulla: “È acqua che scorre sotto i ponti, perché la scienza non è una materia elastica che si piega alle convenienze. Quando una comparazione non può dare un risultato scientificamente certo, non può darlo. E quando un risultato non è consolidato perché mancano le repliche previste dai protocolli scientifici, la Corte di Cassazione è chiarissima: quel dato non vale come prova”. Proprio per questo, per la certezza che il dato sottolineato da Albani “valga meno di un indizio”, Liborio Cataliotti ha insistito sulla definizione della perizia come una pistola d’acqua: “La prova venne disposta era stata presentata come quella che avrebbe potuto inchiodare l’assassino, la prova dell’ultimo contatto avuto con l’autore del delitto dalla vittima. Alla luce degli esiti si è rivelata tutt’altro”. Parole condivise, anche se non apertamente, dall’avvocata Taccia.
La fine di un’era
Ed è qui che il senso dell’intera vicenda diventa chiaro. Dopo anni di attese, rilanci mediatici e speranze di svolte decisive, il caso di Garlasco si avvia alla sua conclusione senza il colpo di teatro che molti si aspettavano. La lunga rincorsa alla verità è finita. È finita nei laboratori, è finita nelle aule giudiziarie, è finita nel racconto pubblico di un delitto che ha segnato un’epoca. Resta il peso della storia, resta la memoria di Chiara Poggi, ma la sensazione, ormai, è che non ci sia più nulla da inseguire. È finita davvero.


