
La tempesta politica che ha attraversato la manovra di bilancio sembra essersi attenuata, ma le sue scosse restano evidenti nei palazzi del potere. Le tensioni interne alla maggioranza hanno rischiato di trasformarsi in una vera crisi di governo, con ore di trattative serrate e contatti febbrili tra Palazzo Chigi, il Quirinale e i ministeri economici. Al centro dello scontro, il tentativo di aggirare le fratture sulla partita delle pensioni attraverso un decreto d’urgenza, ipotesi che ha trovato però un muro invalicabile nella Presidenza della Repubblica.
Nei corridoi dell’esecutivo si ammette che il passaggio sia stato uno dei più delicati per la premier Giorgia Meloni sul piano interno. La tensione è salita mentre la presidente del Consiglio era impegnata a Bruxelles, lasciando campo a uno scontro che ha coinvolto direttamente il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e una Lega attraversata da divisioni profonde sulle coperture e sulle misure previdenziali.
Il ruolo del Quirinale nelle ore decisive
La svolta è arrivata nelle ore che hanno preceduto e seguito il discorso del presidente Sergio Mattarella alle alte cariche dello Stato. È in quel contesto che si è consumato uno psicodramma politico rimasto a lungo dietro le quinte. Dal governo trapela che il Quirinale si sia fatto sentire in modo informale, con toni definiti «collaborativi», ma sufficienti a bloccare l’operazione. L’idea di un decreto ad hoc per stralciare le norme più controverse sulle pensioni è stata giudicata problematica sotto il profilo tecnico, politico e costituzionale, soprattutto con la Finanziaria ancora aperta.
Secondo le ricostruzioni, la notte precedente era stata segnata da un crescendo di nervosismo. Con la premier irraggiungibile, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, ha avviato una catena di telefonate che ha coinvolto esponenti chiave del governo e della maggioranza. L’obiettivo era trovare una soluzione rapida che ricomponesse lo strappo con la Lega e scongiurasse il rischio di dimissioni di Giorgetti, ipotesi che avrebbe aperto scenari imprevedibili.
Il no degli uffici e il rischio costituzionale
L’azzardo, però, si è scontrato con il parere negativo degli uffici giuridici del Quirinale. Il messaggio recapitato al governo è stato chiaro: un decreto di bilancio in quella fase sarebbe stato inopportuno e potenzialmente incostituzionale, esponendo la maggioranza a ricorsi e conflitti istituzionali. Un precedente pericoloso che avrebbe potuto mettere a rischio l’intero impianto della manovra e creare attriti anche con la Consulta.
Al Colle, ufficialmente, si minimizza. Ma nei palazzi parlamentari circola la convinzione che il tema sia stato affrontato anche in colloqui riservati tra Mattarella, Meloni e i leader di maggioranza, a margine degli incontri istituzionali. Il risultato è stato lo stop definitivo al decreto e la necessità di tornare al confronto parlamentare, con una mediazione faticosa ma inevitabile.
Nel finale, quando l’accordo su un nuovo emendamento è stato trovato, il governo ha tentato di ricucire anche sul piano politico. Ciriani ha contattato i capigruppo dell’opposizione, spiegando la delicatezza del momento e ammettendo che la situazione stava sfuggendo di mano. Un gesto formale che non cancella le fratture, ma che segna il passaggio da una notte di telefonate tese a un fragile equilibrio, costruito sotto lo sguardo vigile del Quirinale.

