
Le recenti liberazioni di prigionieri politici in Bielorussia non segnano una svolta reale sul piano dei diritti umani. Al contrario, secondo attivisti, osservatori internazionali e Nazioni Unite, il regime di Alexander Lukashenko continua a perseguitare gli oppositori anche dopo la scarcerazione, attraverso deportazioni forzate, privazione dei documenti e nuove forme di pressione.
Il 13 dicembre scorso Minsk ha rilasciato 123 prigionieri, nell’ambito di un accordo che ha portato gli Stati Uniti a revocare alcune sanzioni commerciali. La maggior parte dei liberati è stata trasferita forzatamente all’estero: quasi tutti in Ucraina, altri in Lituania, tra cui il premio Nobel per la pace Ales Bialiatski.
Uno dei casi emblematici è quello di Uladzimir Labkovich, attivista per i diritti umani di 47 anni, che ha raccontato di essere stato bendato, espulso dal Paese e lasciato senza passaporto. Al momento del rilascio, l’unico documento in suo possesso era un foglio con nome e foto segnaletica.
Deportazioni forzate e assenza di documenti
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, almeno 18 ex detenuti trasferiti in Ucraina non avevano con sé alcun documento valido. In precedenti rilasci, avvenuti a settembre, situazioni analoghe si erano già verificate al confine con la Lituania.
Alcuni attivisti hanno raccontato che i passaporti sono stati confiscati o distrutti dagli agenti di sicurezza. Il giornalista Ihar Losik ha dichiarato che gli sono stati sequestrati tutti i documenti personali, compresi diari e appunti. Un altro attivista, Mikola Statkevich, ha rifiutato l’espulsione definendola una “deportazione forzata” ed è stato riportato in carcere.
Le accuse dell’opposizione e dell’ONU
La leader dell’opposizione in esilio Sviatlana Tsikhanouskaya ha definito quanto accaduto una violazione delle norme internazionali, parlando di trattamento disumano e vendicativo. Anche il relatore speciale ONU per i diritti umani in Bielorussia, Nils Muižnieks, ha chiarito nel suo rapporto che non si tratta di vere grazie, ma di “esilio forzato”.
Secondo Muižnieks, le persone liberate vengono private della possibilità di tornare a casa, separate dalle famiglie e lasciate senza mezzi di sussistenza, mentre altri oppositori restano in carcere come strumento di pressione.
Condizioni carcerarie estreme e torture
Le testimonianze degli ex detenuti descrivono condizioni di detenzione estremamente dure. Labkovich ha raccontato di aver trascorso oltre 200 giorni in isolamento, dormendo spesso su pavimenti di cemento in celle gelide. Contro di lui erano stati avviati nuovi procedimenti per insubordinazione e alto tradimento, che avrebbero potuto allungare la pena di altri 15 anni.
Ancora più grave il racconto di Vitkar Babaryka, che in carcere ha subito gravi lesioni fisiche e problemi di salute, senza mai ricevere spiegazioni. Suo figlio Eduard è tuttora detenuto e rientra tra gli oltre 1.100 prigionieri politici ancora rinchiusi nelle carceri bielorusse.
Repressione anche oltre i confini
La repressione del regime non si ferma ai confini nazionali. I bielorussi all’estero non possono rinnovare o ottenere passaporti presso ambasciate e consolati, mentre giornalisti e attivisti in esilio vengono processati in contumacia. Le autorità sequestrano immobili e beni, e i tribunali respingono sistematicamente i ricorsi.
Secondo l’ONG Viasna, si è instaurato un meccanismo di “porta girevole”: a ogni rilascio seguono nuovi arresti. Dal 13 dicembre, altre sette persone sono state dichiarate prigionieri politici, portando il totale a 176 nuovi casi da settembre.
Nessun cambiamento strutturale
Organizzazioni come Amnesty International invitano a non interpretare le liberazioni come segnali di apertura. Secondo la direttrice per l’Europa orientale Marie Struthers, se i rilasci rientrano in accordi politici, dimostrano solo il cinico utilizzo dei prigionieri come pedine.
La conclusione degli osservatori internazionali è netta: non esistono segnali concreti di un cambio di rotta. Nonostante le concessioni tattiche alle pressioni occidentali, la Bielorussia resta uno dei Paesi con il più alto numero di prigionieri politici pro capite e un sistema repressivo che continua a colpire dentro e fuori dal carcere.


