
Il caso dell’omicidio di Chiara Poggi, noto alle cronache come il delitto di Garlasco, continua a far discutere e a sollevare interrogativi inquietanti anche a distanza di moltissimi anni dalla sentenza definitiva. Le recenti affermazioni diffuse dalla streamer true crime Bugalalla attraverso il suo profilo X pongono l’accento su un dettaglio procedurale che potrebbe gettare una nuova luce sulla gestione delle prove informatiche durante le primissime fasi dell’indagine.
Secondo quanto riportato, esisterebbe un verbale dei Carabinieri di Vigevano che attesta il sequestro del computer personale della vittima già nella giornata del 14 agosto 2007. Questo atto sarebbe stato eseguito dal tenente colonnello Giancarlo Sangiuliano e dal capitano Gennaro Cassese, identificando con precisione i soggetti che per primi hanno avuto la disponibilità materiale del dispositivo elettronico.
La gestione dei reperti informatici
La questione centrale sollevata riguarda la catena di custodia del personal computer di Chiara Poggi, un elemento che si è rivelato fondamentale per ricostruire le ultime ore di vita della ragazza e le abitudini della vittima. Se il sequestro è avvenuto effettivamente il 14 agosto, si apre una finestra temporale di diversi giorni prima che venisse effettuata la copia forense ufficiale, la quale risulterebbe datata alla fine di agosto. In questo intervallo di tempo, il computer sarebbe rimasto nelle mani degli inquirenti senza le garanzie tipiche dell’accertamento tecnico irripetibile. Il timore espresso è che qualcuno possa aver effettuato accessi non autorizzati ai contenuti del sistema operativo, maneggiando file e cartelle prima che ne venisse cristallizzato lo stato attraverso una procedura tecnica certificata. La manipolazione di un reperto informatico prima della sua copia speculare rappresenta un rischio enorme per l’integrità della prova, poiché ogni accensione o consultazione modifica inevitabilmente i metadati del sistema.
Il dubbio sulla fretta investigativa
Citando il noto giornalista Pino Rinaldi, ci si interroga sulle motivazioni che avrebbero spinto le forze dell’ordine a operare con tale sollecitudine nel prelevare il computer dalla villetta di via Pascoli. La domanda su cosa cercassero con tutta quella fretta rimane un punto nodale del ragionamento proposto dalla streamer. In un contesto di indagine per omicidio, la rapidità è spesso necessaria, ma non dovrebbe mai andare a scapito della correttezza procedurale. Se il PC è stato prelevato in quel modo, bisogna capire se l’intento fosse quello di cercare prove immediate o se ci fossero altre finalità meno trasparenti. L’ipotesi che emerge è quella di un’azione condotta al di fuori dei protocolli standard che prevedono la protezione assoluta dei dati digitali fin dal momento del rinvenimento, evitando che il contenuto possa essere alterato anche involontariamente.
Le ombre sulle indagini precedenti
Il post non si limita a contestare il singolo episodio del 14 agosto, ma inserisce questo evento in un quadro più ampio di presunte irregolarità che avrebbero caratterizzato l’inchiesta su Garlasco fin dal principio. Viene infatti menzionato che, secondo le analisi condotte dal team difensivo e da vari osservatori nel corso degli anni, quello del PC di Chiara non sarebbe l’unico caso di manomissione di dispositivi elettronici avvenuto mentre questi erano sotto la custodia dei Carabinieri. Tali sospetti alimentano la narrazione di una gestione d’indagine lacunosa o, peggio, inquinata da interventi esterni volti a orientare il sospetto o a nascondere elementi scomodi. La storia giudiziaria del delitto di Garlasco è già densa di perizie contrastanti e di prove contestate, ma la conferma dell’esistenza di un verbale specifico che identifica chi è entrato in possesso del computer prima della perizia informatica aggiunge un tassello concreto a queste speculazioni.
La ricerca della verità processuale
Ricostruire esattamente chi ha toccato quel computer e quali operazioni siano state compiute sui file della vittima è un atto dovuto per la trasparenza della giustizia. Se fosse confermato che il computer è stato consultato prima della copia forense, la validità di tutte le scoperte informatiche successive potrebbe essere messa tecnicamente in discussione, poiché non vi sarebbe più la certezza dell’originalità del dato. Questo scenario solleva dubbi non solo sulla colpevolezza o meno degli indagati di allora, ma sulla tenuta complessiva del sistema investigativo applicato al caso. La rivelazione di Bugalalla, citando fonti giornalistiche autorevoli come il Tgla7, spinge l’opinione pubblica a riflettere su quanto ancora ci sia da scoprire riguardo ai retroscena di uno dei casi di cronaca nera più famosi d’Italia, suggerendo che la verità ufficiale potrebbe aver trascurato dettagli fondamentali relativi alla manipolazione delle prove.


