
La battaglia tra Bruxelles e Washington sulle regole della tecnologia è ormai una questione di alta politica e non mostra segnali di rallentamento nemmeno nel 2026. Le ultime mosse degli Stati Uniti segnano un salto di livello nello scontro sul controllo dei contenuti online e sul ruolo delle grandi piattaforme digitali, mettendo l’Unione Europea sotto una pressione crescente.
La scorsa settimana Washington ha infatti sanzionato un ex alto funzionario della Commissione europea, accusato di essere la “mente” delle norme Ue sulla moderazione dei contenuti. Un atto che Bruxelles legge come un chiaro segnale politico.
Il caso Thierry Breton e il divieto di viaggio
Al centro della vicenda c’è Thierry Breton, commissario europeo al Mercato interno dal 2019 al 2024 e figura chiave nella stesura del Digital Services Act (DSA). Gli Stati Uniti hanno imposto nei suoi confronti un divieto di viaggio, interpretato come un messaggio diretto contro quello che l’amministrazione Trump definisce il “regime di censura europeo”.
Breton era già finito nel mirino dei critici statunitensi per il suo duro confronto pubblico con Elon Musk, proprietario di X, soprattutto dopo l’entrata in vigore delle nuove regole Ue sui contenuti illegali e la disinformazione. Una lettera inviata da Breton a Musk nell’agosto 2024, alla vigilia di una diretta streaming con l’allora candidato Donald Trump, è tornata a circolare con forza tra i sostenitori del presidente Usa dopo l’annuncio delle sanzioni.
Non solo un ex commissario: colpite anche ONG europee
Oltre a Breton, altri quattro individui sono stati sanzionati dagli Stati Uniti. Tra questi figurano anche due membri della ONG tedesca HateAid, considerata dalle autorità di Berlino un’organizzazione affidabile per la segnalazione di contenuti illegali come l’incitamento all’odio.
Un segnale che, secondo diversi osservatori europei, amplia il raggio d’azione delle pressioni statunitensi e conferma che la partita non riguarda più solo singoli casi, ma l’impianto complessivo della regolazione digitale europea.
Dal commercio alla politica: una vera controversia transatlantica
In passato Washington aveva utilizzato le norme tecnologiche Ue soprattutto come leva negoziale nei colloqui commerciali, ad esempio in occasione delle trattative su acciaio e alluminio. Ma la situazione è cambiata all’inizio di dicembre, quando la Commissione ha imposto la prima multa a X ai sensi del DSA.
Da quel momento, la risposta americana si è fatta più dura, con l’introduzione dei divieti di viaggio. Bruxelles continua a sostenere che l’applicazione del DSA sia tecnica e non politica, ma gli Stati Uniti contestano apertamente questa lettura.
La risposta prudente della Commissione
La Commissione europea ha condannato formalmente la mossa americana, ma la reazione è apparsa cauta. La presidente Ursula von der Leyen si è limitata a ribadire, in un post su X, l’importanza della libertà di espressione, senza entrare nel merito delle sanzioni.
Secondo Brando Benifei, eurodeputato italiano del gruppo socialdemocratico e responsabile delle relazioni con gli Stati Uniti per il Parlamento europeo, la situazione richiede invece una svolta:
“La vera risposta deve essere politica. I nostri leader devono svegliarsi, perché non c’è più tempo”.
Il rischio di un’ulteriore escalation
Le misure adottate finora colpiscono un ex funzionario, non membri attualmente in carica della Commissione. Ma secondo diversi esponenti politici statunitensi, Washington dispone di strumenti ben più incisivi.
Il senatore repubblicano Eric Schmitt ha chiesto di valutare l’uso delle sanzioni Magnitsky, che prevedono il congelamento dei beni e il divieto di rapporti economici con soggetti statunitensi. Si tratta di misure normalmente riservate a gravi violazioni dei diritti umani, ma già utilizzate dall’amministrazione Trump in casi controversi, come quello del giudice brasiliano Alexandre de Moraes, accusato di limitare un “discorso protetto dalla Costituzione Usa”.
Pressioni crescenti anche dall’interno dell’UE
Se da un lato Bruxelles subisce le pressioni statunitensi, dall’altro cresce il malcontento all’interno dell’Unione. Diversi leader europei e parlamentari chiedono una risposta più decisa.
Il deputato verde tedesco Sergey Lagodinsky ha invitato l’UE a non escludere contromisure, anche nei negoziati commerciali, e a valutare azioni contro dirigenti delle big tech che sostengono apertamente l’agenda dell’amministrazione Usa.
Lo stesso Breton ha accusato le istituzioni europee di essere “molto deboli”, mentre un gruppo trasversale di eurodeputati ha chiesto interventi più incisivi contro le grandi piattaforme statunitensi.
Autonomia tecnologica come risposta strategica
Per alcuni, le sanzioni americane rappresentano un ulteriore campanello d’allarme sulla dipendenza tecnologica dell’Europa. L’eurodeputata francese Aurore Lalucq ha sintetizzato il sentimento diffuso con un commento ironico ma netto:
“Bello, ma non abbastanza”.
Secondo Lalucq, la vera risposta passa dalla costruzione di una sovranità digitale europea, a partire da sistemi di pagamento autonomi, un cloud sovrano e una politica industriale per le infrastrutture digitali e i social network. Lo scontro tra UE e Stati Uniti sulle regole della tecnologia, dunque, non è più un episodio isolato, ma una sfida strutturale destinata a segnare a lungo i rapporti transatlantici.


