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“Fermi, non si può”. Famiglia nel bosco, denunciati fatti molto seri sui figli

Pubblicato: 31/12/2025 16:38
Famiglia Bosco

L’attenzione è alle stelle, le telecamere pure. Ma qualcuno dice basta. Sul caso della cosiddetta famiglia del bosco interviene il Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo, che lancia un messaggio chiaro a media e opinione pubblica: serve uno stop, almeno quando in mezzo ci sono dei bambini. Per la garante, in situazioni come questa, il diritto alla riservatezza dei minori deve sempre prevalere sul diritto di cronaca.

A prendere posizione è l’avvocata Alessandra De Febis, che richiama la Carta di Treviso, considerata oggi ampiamente disattesa. Secondo la garante, l’assedio mediatico intorno alla famiglia è diventato una presenza costante e invasiva, alimentata dall’uso di strumentazioni professionali capaci di cogliere immagini e video anche dentro strutture protette, frequentate da altri bambini estranei alla vicenda. Un livello di esposizione che, a suo dire, esce dal campo dell’informazione e rischia di trasformarsi in qualcosa di decisamente dannoso.

Famiglia nel bosco, quando la cronaca travolge i bambini

Secondo De Febis, la continua diffusione di fotografie e video non è un semplice sfondo del racconto mediatico, ma ha conseguenze concrete sulla vita dei minori coinvolti. I bambini sarebbero stati costretti a rinunciare al gioco all’aperto per evitare di essere ripresi, con un impatto diretto sulla loro quotidianità e sul loro benessere. In pratica, la loro infanzia viene compressa per far spazio ai riflettori.

In questo quadro, la garante sottolinea anche un altro punto chiave: la distanza tra i tempi della giustizia e quelli della narrazione mediatica. Mentre le indagini richiedono tempo, verifiche e prudenza, il flusso delle notizie corre veloce, rischiando di semplificare, alterare o amplificare la percezione dei fatti. Il risultato? Un potenziale squilibrio informativo rispetto ad altri casi che coinvolgono minori, ma che non ricevono lo stesso clamore.

“Li ho trovati così”: l’altra faccia della storia

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Immagine della cosiddetta famiglia del bosco al centro del caso mediatico

È proprio da questa sovraesposizione che, secondo la garante, nasce l’esigenza di un cambio di passo. Se il vero obiettivo è la tutela dei bambini e degli adolescenti, non basta raccontare la storia: serve un altro modo di farlo. De Febis invoca più rispetto, più silenzio e una responsabilità collettiva più matura. Non tutto ciò che è raccontabile, infatti, è automaticamente raccontabile in ogni momento e con ogni mezzo.

In quest’ottica, per la garante, l’intervento pubblico sul caso dovrebbe essere affidato a chi conosce davvero i fatti e li vive da vicino. Meno giudizi personali, meno semplificazioni, meno ricostruzioni frettolose o ad effetto che possono diventare strumentali o fuorvianti. In altre parole: meno talk, più sostanza.

Quando la narrazione diventa un rischio per i minori

Genitori della famiglia del bosco al centro dell’attenzione mediatica

Un altro aspetto su cui De Febis non usa mezzi termini è la narrazione continua che ha accompagnato la famiglia del bosco. Una narrazione spesso alimentata da informazioni non verificate, che ha portato a ricostruzioni risultate inesatte anche su questioni delicatissime come la salute e il percorso scolastico dei minori. Non semplici dettagli, ma tasselli centrali nella percezione pubblica della vicenda.

Tutto questo solleva una domanda inevitabile: dov’è, in questo modo di raccontare, il vero rispetto per il cosiddetto interesse superiore del minore? È proprio questo principio, ricorda la garante, che dovrebbe guidare ogni scelta istituzionale e mediatica quando ci sono bambini coinvolti. Non un dettaglio formale, ma una bussola etica e pratica.

Troppa informazione, poca serenità: l’appello del garante

Bambini della famiglia del bosco, simbolo del dibattito su riservatezza e diritto di cronaca

Nella parte finale del suo intervento, De Febis mette in guardia da quello che definisce un meccanismo di accumulo di notizie, commenti e valutazioni. Un flusso costante che non sempre aggiunge chiarezza, ma che di certo incide sulla serenità dei bambini coinvolti. Più si parla, più si scrive, più si commenta, e più si rischia di appesantire una situazione già complessa.

Da qui il suo appello conclusivo a una responsabilità condivisa: media, istituzioni, commentatori e opinione pubblica sono chiamati a fare un passo indietro, almeno sul piano dell’esposizione. Perché la dignità, la tutela e la riservatezza dei minori, ricorda il garante, devono restare un principio imprescindibile e non negoziabile. Anche – e soprattutto – quando la storia è forte, le immagini colpiscono e l’attenzione del pubblico è altissima.

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