
L’odio che corre sui social network non risparmia nemmeno il dolore più profondo, quello che segue una tragedia imprevista e devastante. La vicenda dei ragazzi della Scuola internazionale di Como, colpiti dal lutto dopo l’incidente di Crans-Montana, mette in luce una deriva sociale preoccupante. Mentre gli studenti cercavano un modo per elaborare la perdita della quindicenne Sofia Prosperi e l’angoscia per le condizioni di Lorenzo Riva, si sono ritrovati sommersi da commenti carichi di livore.
Le piattaforme digitali, che dovrebbero servire a connettere le persone nel momento del bisogno, sono diventate il palcoscenico di un attacco sistematico basato sul pregiudizio economico e sociale. Frasi atroci hanno iniziato a comparire sotto i post dei sopravvissuti, trasformando la loro sofferenza in una colpa da espiare solo perché legata a un contesto percepito come privilegiato.
Il meccanismo della deumanizzazione attraverso il censo
Le parole lasciate da sconosciuti sotto i profili dei ragazzi non sono semplici sfoghi isolati, ma rappresentano una forma di violenza psicologica mirata. Messaggi che augurano la morte o che sminuiscono il valore della vita umana in base alla disponibilità economica riflettono un desiderio di colpire l’identità stessa delle vittime. Gli odiatori utilizzano la scusa del privilegio per negare l’empatia, sostenendo implicitamente che chi frequenta certi luoghi o scuole d’élite non meriti lo stesso rispetto di chiunque altro. Questo processo di deumanizzazione è pericoloso perché cancella l’individuo dietro un’etichetta finanziaria, rendendo più facile scagliare insulti pesanti contro adolescenti che hanno appena visto morire una loro coetanea. La ricchezza presunta diventa quindi un alibi per l’aggressione, una giustificazione morale per chi sente il bisogno di scaricare la propria rabbia sociale su bersagli facili e visibili.
La difesa psicologica che genera il giudizio
Secondo gli esperti che sono intervenuti per supportare la comunità scolastica, questo fenomeno ha radici profonde nel funzionamento della mente umana davanti al trauma. Le psicoterapeute dell’associazione per l’Emdr spiegano che giudicare la vittima è spesso un modo per prendere le distanze dal pericolo. Affermando che la tragedia è avvenuta perché i ragazzi si trovavano in un posto costoso o perché appartengono a una determinata classe sociale, l’osservatore esterno si convince di essere al sicuro. Si tratta di una costruzione mentale che serve a differenziarsi dalla vittima, convincendosi che, non appartenendo a quel mondo, non si correranno mai gli stessi rischi. Questo meccanismo di difesa, per quanto istintivo, si traduce in una ferocia verbale che ignora totalmente la realtà del dolore universale, trasformando un evento tragico in una colpa legata alle scelte di vita o alla posizione sociale.
La vulnerabilità dei sopravvissuti e il peso del senso di colpa
Per i giovani della scuola di Fino Mornasco, l’attacco mediatico rappresenta una ferita che si somma a quella già esistente. Oltre al lutto, questi adolescenti devono affrontare il senso di colpa del sopravvissuto, un sentimento complesso che li porta a interrogarsi sul perché loro siano ancora qui mentre la loro amica non c’è più. Gli attacchi esterni che puntano il dito contro il loro stile di vita aggravano questo stato mentale, rendendo il percorso di recupero psicologico molto più impervio. Quando il dolore viene etichettato e giudicato, lo spazio necessario per l’elaborazione del lutto viene violato, impedendo ai ragazzi di sentirsi protetti all’interno della propria comunità. La protezione del silenzio e del rispetto diventa fondamentale per evitare che la psiche dei più giovani subisca danni permanenti causati da un odio che non ha alcuna reale attinenza con i fatti accaduti.
La necessità di una risposta pro-sociale collettiva
Il contrasto a questa ondata di fango digitale non può limitarsi alla sola chiusura dei profili social, ma richiede una riflessione più ampia sul valore della solidarietà umana. Gli specialisti sottolineano come, in momenti di crisi profonda, siano i gesti di vicinanza e l’ascolto a tenere unita una società, mentre l’odio agisce come un veleno che frammenta ogni legame. È essenziale ribadire che il dolore per una perdita non conosce classi sociali e che la sofferenza di un adolescente di sedici anni è un fatto umano che trascende il portafoglio. Restituire dignità alle vittime significa smontare la narrazione della colpa e riconoscere che la tragedia di Crans-Montana è un dramma che riguarda tutti noi in quanto esseri umani. Solo attraverso la condivisione empatica e la protezione dei più vulnerabili è possibile arginare la violenza gratuita che troppo spesso trova rifugio dietro lo schermo di uno smartphone.


