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“Alzo le mani”. Garlasco, il video del 2009 riaccende il caso e De Rensis si smarca: “Ci deve essere un filo logico”

Pubblicato: 16/01/2026 15:56

Il delitto di Garlasco torna al centro del dibattito, in tv e nelle aule giudiziarie. A distanza di anni dall’omicidio di Chiara Poggi e dalla condanna definitiva di Alberto Stasi, una nuova puntata di Ignoto X, il programma di Pino Rinaldi su La7, ha riaperto il confronto sulle ricostruzioni della dinamica del delitto, rilanciando ipotesi alternative rispetto a quelle cristallizzate nelle sentenze.

Al centro della discussione c’è un vecchio filmato, un video del 2009 che riporta indietro la storia di uno dei casi di cronaca nera più discussi d’Italia, e che oggi viene usato per mettere di nuovo in discussione tempi, luoghi e modalità dell’aggressione a Chiara.

Il video del 2009 e la ricostruzione alternativa

Durante la trasmissione viene mostrato un filmato del 2009, realizzato dagli avvocati della famiglia Poggi, Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna. L’obiettivo del video era quello di ricostruire tempi e luoghi dell’aggressione, ipotizzando che l’omicidio non fosse iniziato all’ingresso dell’abitazione ma in cucina, per poi spostarsi negli altri ambienti della casa.

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La scena del delitto spostata in cucina

Questa ricostruzione, rilanciata anche in tempi recenti, è stata ribadita da una nuova perizia dei consulenti della famiglia della vittima. In particolare, il perito Dario Redaelli ha spiegato al Corriere della Sera: “Per noi l’aggressione, che sfocia nell’omicidio, comincia invece in cucina, dove nella spazzatura dell’ultima colazione di Chiara è stato trovato il bricco di Estathé sulla cui cannuccia c’è il Dna di Alberto Stasi”.

Secondo questa lettura, dunque, la cucina diventerebbe il primo teatro dell’aggressione, e non più solo un ambiente di passaggio. Un dettaglio che, se accolto, ribalterebbe la narrazione consolidata sulla sequenza degli eventi all’interno della villetta di via Pascoli.

Ritratto di Chiara Poggi, vittima del delitto di Garlasco

Le critiche di De Rensis: «Alzo le mani»

Proprio su questo spostamento della scena iniziale del delitto l’avvocato De Rensis, difensore di Stasi, interviene con particolare durezza, segnalando quelli che a suo dire sono punti deboli e contraddizioni rispetto alla sentenza di condanna. Davanti alle immagini del video, il legale non nasconde il suo disagio: “Sono un po’ imbarazzato a commentare il filmato. Alzo le mani. Dov’è l’arma del delitto quando Stasi pedala? Dov’è la colazione fatta di cui oggi tanto si parla? Dove sono le ricostruzioni di Testi che hanno portato alla condanna? O questo filmato serve, e allora non serve Testi, altrimenti non so perché lo guardiamo. Si va contro la perizia Testi, caposaldo della condanna. Io accetto ogni argomentazione, non faccio il biografo di nessuno e rispetto le argomentazioni di tutti, ma ci deve essere un filo logico in quello che si dice”.

Nelle parole di De Rensis emerge una linea chiara: o si dà valore al video del 2009, con tutte le sue conseguenze, oppure si resta ancorati alle perizie che hanno sostenuto il percorso giudiziario fino alla condanna definitiva. Nel mezzo, per il legale, c’è il rischio di alimentare solo confusione.

Immagine di Andrea Sempio collegata al caso Garlasco

La “cannuccia di Estathé” e il peso delle ipotesi

Il cuore del confronto, ancora una volta, è la famosa “cannuccia di Estathé”, rinvenuta nella spazzatura di casa Poggi. Su quella cannuccia sarebbe stato trovato DNA “parziale severamente degradato caratterizzato dalla presenza della componente allelica, ancorché parziale” di Stasi. Un elemento che, secondo il conduttore, potrebbe cambiare la lettura dell’intera vicenda, ma che per De Rensis resta confinato nel campo delle ipotesi.

Alla domanda diretta di Rinaldi, il legale risponde con fermezza: “Stasi ha reso un interrogatorio, al procuratore capo Napoleone ha spiegato tutto sull’Esthathè, le ipotesi portate avanti da tutti gli avvocati della vicenda valgono come ipotesi. Perché ciò che conta per l’indagato è ciò che ritiene la Procura della Repubblica, la sua posizione non si modifica in base alle ipotesi di un legale, chiunque esso sia”. E aggiunge una stoccata: “Le varie argomentazioni su tutti i temi sono ipotesi, conta quello che dicono le persone nell’interrogatorio”.

L'avvocato De Rensis durante un intervento pubblico

Il ruolo dei consulenti e il valore probatorio

Nel dibattito interviene anche Luciano Palmegiani, oggi consulente del team difensivo di Andrea Sempio, altra figura emersa nel corso degli anni tra le ipotesi investigative. Palmegiani si concentra, ancora una volta, sul confine tra ipotesi tecnica e prova processuale. “Chiariamo il punto, se martedì, in una trasmissione di un’altra emittente, mi si domanda chi aveva ipotizzato che i rifiuti trovati nel sacchetto dell’immondizia fossero di quella mattina, io dico: ‘Chi l’ha ipotizzato?’”.

Il consulente sottolinea che le deduzioni sugli orari e sulla provenienza dei rifiuti non hanno di per sé valore probatorio, e invita ad attendere i risultati delle analisi della BPA dei Ris di Cagliari, chiamati a fare chiarezza sugli aspetti tecnico-scientifici ancora controversi.

Il genetista Fabbri: cosa dice davvero il DNA

Sul piano strettamente scientifico interviene il genetista Matteo Fabbri, che ridimensiona la portata del dato genetico legato all’Estathé, spiegando in termini semplici cosa è possibile dedurre e cosa no da quella traccia biologica. “Lo stupefacente rilievo del DNA di Stasi sull’Estathé, credo che quale dato oggettivo che dobbiamo leggere, dimostra che l’ha bevuto. Ad oggi non esiste un metodo, non solo scientificamente presentato ma nemmeno validato, per datare il DNA. Quindi quel DNA non è databile e documenta esclusivamente la frequentazione della casa da parte di Alberto Stasi”.

In altre parole, la presenza del DNA conferma che Stasi ha bevuto da quel bricco, ma non consente di stabilire quando ciò sia avvenuto. Un limite tecnico che, nella ricostruzione del delitto, diventa decisivo nello stabilire se un elemento sia una prova o solo un indizio di contesto.

Catena di custodia e affidabilità delle prove

In chiusura, De Rensis richiama un tema decisivo in ogni processo penale: la catena di custodia dei reperti. È il percorso che ogni prova segue dal momento del sequestro fino alle analisi di laboratorio, e che deve essere tracciato e garantito in ogni passaggio. “Certamente, violare uno spazio sotto sequestro, e parliamo come ipotesi di laboratorio e non riferita al caso, è un reato grave”.

L’avvocato cita anche un precedente preciso: “Ci sono sentenze chiare, una del 3 luglio 2025, che spiegano che cos’è la catena di custodia e spiega perfettamente che se questa non è rispettata parliamo di nulla. Tutto quello che non le rispetta appartiene al nulla probatorio ed è inutilizzabile”. Un richiamo netto: se il percorso della prova non è integro, quella prova non può pesare nel giudizio.

Ipotesi contro sentenze: il caso Garlasco non si spegne

Il confronto televisivo si chiude così, con due piani che continuano a scontrarsi: da un lato le ipotesi, le nuove letture, le ricostruzioni alternative; dall’altro le sentenze definitive, fondate su perizie, testimonianze e anni di lavoro giudiziario. Il caso Garlasco resta uno dei dossier più divisivi della cronaca italiana recente, dove ogni nuovo dettaglio rischia di riaccendere polemiche, dubbi e domande mai del tutto sopite.

Tra video del passato, nuove perizie e richiami rigorosi alle regole del processo, il messaggio che emerge è uno solo: nel diritto penale, per pesare davvero, una storia non deve solo sembrare plausibile, ma deve poggiare su prove solide, acquisite e custodite nel pieno rispetto delle regole. Tutto il resto, ricordano gli addetti ai lavori, resta sul fragile terreno delle ipotesi.

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