
Il drammatico epilogo di una fuga durata due settimane ha riacceso i riflettori su una complessa vicenda familiare e giudiziaria che ha tenuto con il fiato sospeso l’opinione pubblica. Per quindici lunghi giorni, due sorelle di dodici e sedici anni, identificate con le iniziali S. e A., hanno vissuto letteralmente segregate all’interno di una singola camera da letto. Le ragazze non sono mai uscite da quella stanza, trovando come unico svago la televisione, in una condizione di isolamento quasi totale che si è consumata tra le mura di un appartamento delle case popolari situato a Formia. La proprietaria dell’immobile è un’anziana donna, lontana parente della madre delle giovani, residente in una zona che dista circa un quarto d’ora da Minturno, il comune d’origine in cui risiedono i genitori delle minorenni. Nonostante la reclusione, le due adolescenti disponevano di un unico legame con il mondo esterno: un telefono cellulare dotato di una scheda sim intestata fittiziamente a un cittadino pakistano, uno strumento fondamentale per mantenere i contatti con la cabina di regia che aveva organizzato il loro allontanamento.
Il telefono nel panettone e il piano materno
L’apparecchio telefonico utilizzato dalle ragazze era stato accuratamente occultato all’interno della confezione di cartone di un panettone, un espediente ingegnoso pensato per evitare che venisse scoperto in caso di controlli superficiali. A fornire questo mezzo di comunicazione clandestino è stata la madre stessa che, secondo le ricostruzioni formulate dagli investigatori, pianificava da diverso tempo il sequestro delle figlie dalla comunità d’accoglienza di Civitella Alfedena, situata in Abruzzo, dove le giovani erano state temporaneamente collocate dalle autorità. Il piano, per quanto studiato nei dettagli, è crollato proprio a causa della tecnologia. È stata infatti una videochiamata avviata tra le due sorelle e la madre a tradire la posizione delle fuggitive, permettendo ai carabinieri di localizzare l’esatta provenienza del segnale e di far scattare immediatamente il blitz per il recupero delle minori.
La confessione della zia e le scorte alimentari
L’irruzione delle forze dell’ordine ha svelato la rete di complicità familiare che ha supportato la latitanza delle due giovani. Zia Sofia, una delle figure chiave presenti sul posto, ha rilasciato dichiarazioni emblematiche che non lasciano spazio a dubbi sul coinvolgimento attivo dei parenti, spiegando che a portare le ragazze in quell’appartamento era stato il nonno. La donna ha ammesso di essere stata contattata appositamente per questo scopo e di aver semplicemente eseguito un ordine preciso, ovvero quello di trattenere e nascondere le bambine. Ha inoltre confessato di essere perfettamente consapevole del fatto che le autorità stessero cercando le nipoti, dato che la notizia era rimbalzata su tutti i canali televisivi, ma ha rivendicato con fermezza il proprio operato affermando che lo rifarebbe senza esitazione, mossa dalla convinzione che le minori desiderassero unicamente ricongiungersi con la figura materna. All’interno della stanza sono state rinvenute anche numerose buste della spesa piene di viveri, accumulate per garantire una lunga permanenza senza necessità di uscire, tra cui spiccavano diversi alimenti specifici per celiaci destinati alla sorella più piccola, affetta da una marcata intolleranza al glutine.
Un amore malato e il conflitto giudiziario
La complessa dinamica psicologica e sociale alla base del sequestro è stata analizzata dal procuratore D’Angelo, il quale ha tenuto a precisare che la vicenda non presenta alcun legame con contesti di criminalità organizzata. Si tratta, al contrario, del frutto esasperato di un amore genitoriale distorto e disfunzionale. Questo sentimento, nel corso degli anni, si è progressivamente deteriorato trasformandosi in una logorante battaglia legale e in infiniti procedimenti giudiziari che hanno visto contrapporsi in modo feroce la madre Valentina e il padre Stefano. Quest’ultimo, una volta appresa la notizia del ritrovamento delle figlie sottomesse a questa reclusione forzata, ha espresso un profondo e contrastante cumulo di emozioni, dichiarandosi profondamente pieno di rabbia per i rischi corsi dalle ragazze ma allo stesso tempo pervaso da una grandissima felicità per la fine di un incubo che sembrava non avere soluzione.
La resistenza al blitz e il trauma del ritrovamento
Il punto di svolta nelle indagini si è concretizzato quando gli inquirenti, che tenevano sotto stretta intercettazione le utenze telefoniche sospette, hanno intercettato la videochiamata decisiva. La madre è stata di fatto tradita dalla propria mania di controllo, dall’esigenza di vigilare costantemente sulle figlie anche a distanza. Quando i carabinieri hanno fatto ingresso nell’alloggio popolare di Formia, la reazione delle due sorelline è stata tutt’altro che collaborativa. Le minori hanno opposto una ferrea resistenza verbale e fisica agli agenti, urlando ripetutamente di voler rimanere con la propria mamma. Il procuratore ha rivelato che al momento del ritrovamento le giovani non hanno manifestato alcun segno di gioia o sollievo, ma si sono barricate ulteriormente nella stanza da letto dove avevano trascorso le ultime due settimane. Soltanto la pazienza e la mediazione specialistica di un’assistente sociale, giunta sul posto per gestire la delicata situazione emotiva, hanno permesso di convincere le due ragazze a lasciare spontaneamente l’appartamento in tarda serata, mentre all’esterno del palazzo decine di residenti si erano radunati nel cortile per applaudire alla conclusione delle ricerche.
Il trasferimento nella nuova struttura protetta
La conclusione della fuga e la gioia della comunità per il salvataggio aprono adesso un nuovo e altrettanto complesso fronte sul piano legale e psicologico. Il sindaco di Minturno, Gerardo Stefanelli, che riveste il ruolo ufficiale di tutore legale delle due sorelle, ha commentato la situazione parlando di un quadro generale estremamente difficile da gestire. Il primo cittadino ha voluto seguire personalmente le prime fasi del recupero, accompagnando le ragazze presso una nuova struttura protetta idonea alla loro accoglienza. Stefanelli ha sottolineato come le adolescenti stiano attraversando uno stato di gravissimo stress emotivo, motivo per cui ha preferito non porre alcuna domanda diretta sugli eventi passati, lasciando che questo compito venga svolto dagli psicologi e dagli inquirenti nei tempi e nei modi corretti. Il comune continuerà a vigilare strettamente sull’evoluzione delle indagini per tutelare gli interessi materiali e legali delle minori, consapevole che il percorso di recupero sarà lungo e tortuoso, soprattutto perché i legami e le relazioni familiari ne usciranno inevitabilmente ancora più compromessi.


