Vai al contenuto

In Iran i morti diventano merce di scambio: migliaia di euro per riavere il corpo dei manifestanti uccisi

Pubblicato: 16/01/2026 16:19

L’Iran sta attraversando una fase di estrema drammaticità in cui la repressione del dissenso sembra aver superato i confini della gestione dell’ordine pubblico per sfociare in una vera e propria forma di sciacallaggio ai danni dei civili. Secondo quanto riportato da diverse fonti internazionali e testimonianze dirette raccolte dalla Bbc Persian, il regime di Teheran starebbe attuando una strategia di estorsione sistematica nei confronti delle famiglie dei manifestanti uccisi durante gli scontri.

Il corpo dei defunti non viene restituito per la degna sepoltura se non dietro il pagamento di somme di denaro esorbitanti, trasformando il dolore dei parenti in uno strumento di profitto e controllo politico. Questa pratica, che configura una violazione dei diritti umani fondamentali e della dignità umana, sta colpendo duramente una popolazione già stremata da una crisi economica senza precedenti.

Il ricatto economico alle famiglie dei manifestanti

Le cifre richieste dalle autorità iraniane per la riconsegna delle salme sono state definite proibitive per la maggior parte dei cittadini. Si parla di importi che oscillano tra i cinquemila e i settemila dollari, equivalenti a oltre seimila euro, una somma che in Iran rappresenta la ricchezza di una vita per un comune lavoratore. In particolare, nella città di Rasht, sono stati documentati casi in cui sono stati pretesi circa 700 milioni di toman per liberare il corpo di una vittima trattenuta in ospedale. A Teheran la situazione appare ancora più grave, con richieste che hanno toccato il miliardo di toman. Molte famiglie, non disponendo di tali risorse, sono costrette ad abbandonare l’idea di celebrare un funerale, lasciando i propri cari nelle mani del regime che li trattiene in obitori spesso sovraffollati e sotto stretto controllo militare.

In questo scenario di violenza e corruzione, emergono piccoli atti di ribellione e solidarietà che cercano di arginare la ferocia del sistema. Alcuni membri del personale ospedaliero, rischiando la propria incolumità, hanno iniziato ad avvisare segretamente i familiari delle vittime prima che le forze di sicurezza prendano ufficialmente in carico i cadaveri. Una testimonianza significativa riporta il caso di una donna che, dopo essere stata avvertita da una telefonata anonima, è riuscita a recuperare il corpo del marito prima dell’arrivo degli agenti. Caricando la salma su un mezzo privato, la famiglia ha intrapreso un lungo viaggio di diverse ore verso le province occidentali per poter garantire una sepoltura immediata e sottrarre il defunto al rischio di sequestro e ricatto da parte delle autorità centrali.

La manipolazione della verità e i martiri di Stato

Oltre all’aspetto puramente monetario, il regime iraniano sta tentando di attuare una profonda manipolazione della narrativa ufficiale attraverso pressioni psicologiche sui sopravvissuti. Ai parenti che si presentano negli obitori viene talvolta offerta una via d’uscita cinica: la cancellazione del pagamento in cambio di una falsa dichiarazione pubblica. Le famiglie sono esortate a dichiarare che i loro figli non erano manifestanti, bensì membri delle forze paramilitari filogovernative uccisi dai rivoltosi. Accettare questo compromesso significherebbe veder trasformato il proprio caro in un martire del regime, ottenendo la restituzione gratuita del corpo. Tuttavia, molti genitori hanno rifiutato categoricamente questa proposta, preferendo il dolore dell’assenza o il peso del debito piuttosto che tradire la memoria e l’impegno politico dei propri figli.

Il contesto della crisi e il blocco delle informazioni

La scintilla che ha dato il via a questa nuova ondata di proteste il 29 dicembre scorso è stata la svalutazione della valuta locale, ma il malcontento si è rapidamente trasformato in una rivolta aperta contro l’intero apparato degli Ayatollah. Per contenere l’insurrezione, il governo ha imposto un rigido blackout di internet che potrebbe durare fino a marzo, isolando di fatto il Paese e impedendo il flusso di immagini e notizie verificate. Nonostante la censura, le organizzazioni per i diritti umani stimano che le vittime siano migliaia, con numeri che variano tra le duemila e le ventimila unità a seconda delle fonti. La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione mentre il regime tenta di soffocare le voci interne non solo con la forza delle armi, ma anche attraverso l’isolamento tecnologico e la repressione finanziaria.

Continua a leggere su TheSocialPost.it

Ultimo Aggiornamento: 16/01/2026 18:36

Hai scelto di non accettare i cookie

Tuttavia, la pubblicità mirata è un modo per sostenere il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirvi ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, sarai in grado di accedere ai contenuti e alle funzioni gratuite offerte dal nostro sito.

oppure