
Il 16 gennaio 2026 segna una svolta diplomatica di proporzioni storiche nel complesso scacchiere del Medio Oriente. Con un annuncio ufficiale diffuso tramite la piattaforma Truth, Donald Trump ha formalizzato la nascita del Board of Peace, un organismo internazionale di altissimo profilo concepito per gestire la fase post-conflitto nella Striscia di Gaza. Questo esecutivo, descritto dal presidente come il comitato più prestigioso mai assemblato nella storia della diplomazia moderna, non si limiterà a un ruolo consultivo ma punta a rendere operativa una visione strategica integrata. La struttura del board riflette una precisa volontà di unire il peso politico della Casa Bianca, l’influenza delle monarchie del Golfo e la competenza finanziaria dei grandi colossi globali, con l’obiettivo dichiarato di trasformare un territorio devastato in un esempio di stabilizzazione economica e sociale.
Un organico di potere globale
La composizione del board rivela una selezione meticolosa di figure chiave che rappresentano i diversi centri di potere mondiale. Accanto al segretario di Stato Marco Rubio e all’inviato speciale Steve Witkoff, spicca la presenza di Jared Kushner, genero del presidente e già architetto degli Accordi di Abramo. La sorpresa più rilevante è però il ritorno sulla scena internazionale di Tony Blair. L’ex premier britannico è stato inserito nella lista nonostante le forti riserve espresse da alcuni settori del mondo arabo a causa del suo passato legato alla guerra in Iraq. Trump ha tuttavia imposto il suo nome, considerandolo una risorsa indispensabile per la sua esperienza nella gestione delle crisi internazionali. Il settore finanziario è rappresentato da Marc Rowan, amministratore delegato di Apollo Global Management, e dal presidente della Banca Mondiale Ajay Banga, a conferma del fatto che la ricostruzione di Gaza verrà trattata come una gigantesca operazione di sviluppo infrastrutturale e di investimento.
La rete dei partner mediorientali
Per garantire la tenuta degli accordi sul campo, il Board of Peace ha integrato i principali attori regionali in un unico consiglio esecutivo. Tra i nomi di spicco figurano il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan e la ministra emiratina Reem Al-Hashimy, figure che garantiscono il supporto logistico e finanziario delle potenze regionali. Un ruolo fondamentale è affidato all’Egitto con il capo dei servizi segreti Hassan Rashad, indispensabile per il controllo dei confini e della sicurezza, mentre il diplomatico qatarino Ali Al-Thawadi agirà da ponte per le mediazioni politiche. La presenza di Sigrid Kaag, coordinatrice Onu, serve invece a dare una veste di legittimità multilaterale all’operazione, cercando di armonizzare le iniziative americane con i protocolli delle Nazioni Unite già attivi nell’area.
Competenze tecniche e forza militare
L’architettura del piano non si ferma alla diplomazia di alto livello ma scende nei dettagli operativi della gestione territoriale. Il bulgaro Nickolay Mladenov ricoprirà l’incarico di alto rappresentante per Gaza, fungendo da cerniera tra i leader politici e le necessità quotidiane della popolazione. Sul fronte della sicurezza, il comando della Forza internazionale di stabilizzazione è stato affidato al generale Jasper Jeffers, già alla guida dello US Special Operations Command Central. Questa forza militare multinazionale avrà il compito di mantenere l’ordine e proteggere i cantieri della ricostruzione, impedendo il ritorno di focolai di violenza. In questo contesto si inserisce anche la figura di Ali Sha’ath, neo-capo del governo tecnico palestinese nella Striscia, che dovrà interfacciarsi costantemente con il board presieduto da Trump per attuare le riforme amministrative necessarie.
Prospettive di espansione e sfide future
Mentre il comitato inizia a muovere i primi passi su Gaza, l’amministrazione americana sta già valutando la possibilità di applicare questo modello di gestione centralizzata ad altri scenari di crisi globale, come il Venezuela e l’Ucraina. Questa ipotesi di espansione del mandato del board ha tuttavia sollevato alcune perplessità tra i partner arabi, che temono una dispersione di risorse e un calo di efficacia nell’intervento prioritario in Palestina. Nelle prossime settimane sono attese ulteriori nomine che dovrebbero coinvolgere direttamente i leader europei, tra cui la premier italiana Giorgia Meloni, a dimostrazione del fatto che il Board of Peace intende agire come un vero e proprio governo ombra globale per la risoluzione dei conflitti. Ogni membro della squadra avrà un portafoglio di competenze specifiche, che spaziano dalle infrastrutture allo sviluppo strategico, con l’ambizioso obiettivo di garantire un successo a lungo termine in una delle aree più instabili del pianeta.


